mercoledì 1 luglio 2015

Le troppe Italie. E le tante donne in cammino

di SIimonetta Ottone • Quando si dice Milano. Il Gusto delle Artiterapie, programma di iniziative svoltesi in una quattro giorni senza soste (dal 25 al 28 Giugno), in occasione di ExpoincittàTu, ha visto la cooperazione di almeno sette enti nazionali privati impegnati nelle artiterapie, 120 iniziative dislocate in quasi dieci strutture pubbliche, svariate realtà del privato sociale in partecipazione attiva, centinaia di persone che hanno avuto accesso gratuito a esperienze di educazione all'arte, alla cultura, alla Salute, di qualità alta e certificata, grazie al lavoro volontario e gratuito dei professionisti coinvolti. Una moltitudine umana, variegata e collegata, nel centro di una Milano storica e a dimensione umana.
Un mare di donne che lavorano insieme.
E  il Comune di Milano (Zona 1), il cui Presidente trova parole utili a valorizzare questa vitalità che mette in rapporto e genera salute e gioia. Capacità di reagire, insieme alle Istituzioni.
Poi torni qua.
Nella testa ti girano domande come ritornelli: perché non riusciamo anche noi a progettare insieme, a cooperare, a investire in un programma comune, a nutrire fiducia e curiosità, senso di confronto all'interno di un codice etico di comportamento comune e condiviso?
Allora ti guardi intorno, e proprio vicino a te vedi ad esempio che la locale Istituzione comunale per la cultura ha lo stesso Direttore Artistico dal 1997, che in quasi 20 anni è stato messo in grado di ricoprire contemporaneamente più incarichi di vertice nella cultura di tutta la provincia. Strutture e soldi pubblici per prosperare e per, nonostante tutto, tenere chiusa per buona parte dell'anno la locale Sala Spettacolo per "mancanza di fondi": un intero territorio di quasi due decine di migliaia di abitanti  deprivato di Cultura. Le Associazioni locali, infatti, non potendo accedere all'unica  Sala gestita sempre dall'eterno Direttore, non hanno né interlocutori, né strutture dove svolgere le loro attività a costi "sociali".
Poi guardi meglio e vedi che proprio il figlio dell' Assessore alla Cultura della medesima amministrazione lavora proprio lì. Abbiamo capito bene: la persona che ricopre il duplice mandato di Assessore e di Presidente dell'Istituzione Comunale include nei progetti da essa stessa valutati promossi e finanziati da soldi pubblici in strutture pubbliche, il proprio figlio. In Toscana, nel 2015.
Ma l'italietta che supera anche quella rappresentata nei film di Alberto Sordi, ci riserva incredulità a piene mani. La vera chicca di questo quadro tirrenico, è il Sindaco che fa aprire quella sala sempre chiusa e la dà (evidentemente la considera "roba" sua) alla fidanzata che ci presenterà uno spettacolo d'intrattenimento amatoriale, oltretutto a pagamento.
Tutti applaudono, Giunta e Consiglio Comunale compresi, e il piccolo Comune è finalmente felice. Diciamo: non credo che tutto questo potrebbe succedere con tutta questa naturalezza e becera approvazione laddove c'è vigilanza, presenza e partecipazione di cittadini e operatori di settore, a più livelli. 
In questo squallore, purtroppo, uomini e donne si uniformano, livellandosi al basso. E il populismo trionfa.
Non poteva che essere così, avendo come guida e esempio una classe "dirigente" in preda non solo a un inimmaginabile analfabetismo politico, ma completamente sprovvista del più elementare senso civico.
E allora sì: per 20 anni il conflitto d'interesse nel paese ce l'ha avuto solo uno, perché così molti italiani si sentivano autorizzati a agire, anche nel piccolo dove tutti ti vedono, in conclamato conflitto d'interesse, perché come dicono al bar prima di andare al mare (attività che richiede il full time da queste parti) "Questa è la politica, bimba mia! O ci stai, o non ci stai!". Si parla della politica di provincia, che porta all'asfissia il pluralismo culturale, a piangere miseria al nord o a chi si impegna per procedere "dritto e spedito", la politica dei "rottamatori se conviene" e di quelli che se ne vanno.
Quella in cui trionfa l'individualismo e il personale si nasconde sotto al politico, a fini utilitaristici, quella dove "mors tua vita mea: ora tocca a me, mi prendo tutto io".
Roba che divide i luoghi in predatori e predati, in furbi e fessi, in vincenti e perdenti. E genera sfaldamento sociale, cinismo e odio. Un odio così arcaico, di tutti per tutti, così vecchio, così putrescente, così machista. Così fallimentare.
Dunque un motivo in più, nonostante tutto, per reagire, per guardare lontano e provare ad accorciare le distanze che, prima di tutto, sono mentali.
E questo lo sanno bene le donne, queste professioniste che in un caldo fine settimana estivo hanno lasciato tutto, hanno preso i bagagli e sono andate a Milano, solo per confrontarsi con altre realtà, e scambiarsi metodi, opportunità, idee.

lunedì 22 giugno 2015

Il Gusto delle Artiterapie: a Milano, Expoincittà dal 25 al 28 Giugno

Tengo a segnalare anche su questo nostro blog, da sempre attento alle espressioni artistiche, un evento di interesse nazionale che avrà luogo nei prossimi giorni a Milano.
Le  più grandi Associazioni in Italia nell’ambito delle Artiterapie si riuniscono nel primo evento dedicato: più di 120 appuntamenti tra Laboratori Espressivi, Tavole Rotonde, Mostre e Spettacoli, in una 4 giorni dal 25 al 28 giugno per Expo 2015, all’interno del calendario Expoincittà. Si tratta di una iniziativa destinata a dare visibilità a chi opera in ambito pubblico e privato in quell'importante settore che fa da cerniera tra il mondo sanitario e il mondo del benessere, della promozione alla salute, e della qualità del proprio percorso terapeutico e di evoluzione personale. Tantissime le donne impegnate in questo ambito coraggioso e innovativo, ampiamente applicato in Italia e particolarmente riconosciuto in Europa. Tra le associazioni presenti, Associazione Professionale Italiana DanzaMovimentoTerapia (APID), contribuisce con importanti iniziative da parte di operatori provenienti da tutta Italia e mobilita tutte le sezioni regionali APID, a dare impulso alla partecipazione e divulgazione della cultura della danza e del movimento come straordinario strumento in ambito preventivo, riabilitativo e educativo.
COLAP - Coordinamento Libere Associazioni Professionali, disciplinate dalla legge 4/2013 (disposizioni sulle professioni non organizzate in ordini e albi) è l'ente di riferimento. Si tratta di una forma aggregativa riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico preposta a fare da garante delle professioni associative e di rappresentanza di un settore economico ancora sotto rappresentato,  ma che costituisce una fetta importante del comparto produttivo italiano contribuendo alla produzione del 7% del PIL, con più di 3,5 milioni di lavoratori (il 14% degli occupati). Un bacino occupazionale importante soprattutto per i giovani e per le donne, in grado di facilitare l'accesso alla professione e la promozione delle pari opportunità, grazie anche alle modalità dinamiche e flessibili di lavoro che lo caratterizzano.
L'obiettivo principale di questo universo professionale è quello di far sì che le politiche del lavoro non siano svincolate dalla vita delle persone. In questo le donne, come spesso avviene, si impegnano ogni giorno in prima linea.

martedì 9 giugno 2015

Violenza e giustizia, trama tenue

Martedì 2 Giugno un TG nazionale del servizio pubblico dava in chiusura la notizia di una donna uccisa a Albenga dall'ex marito. Inutili le svariate denunce che lei aveva fatto a carico dell'uomo, per stalking, minacce e maltrattamenti.
Arrestato e trattenuto per tentato omicidio, lui era tornato libero grazie al patteggiamento; appena fuori dal carcere, nonostante il divieto di avvicinarsi alla casa e al luogo di lavoro della donna (dove aveva già tentato di strangolarla), il persecutore, lasciato nelle condizioni di poter abusare, disattende la legge e corre alla piccola mansarda in cui Loredana viveva con le figlie, e la uccide a coltellate, quella donna di cui tutti conoscevano il dramma, descritta da testimoni come visibilmente tremante ogni volta che doveva uscire da casa o dal lavoro. 
La figlia, martirizzata lei stessa dal lungo martirio vissuto dalla madre, deve assistere anche alla mattanza: l'assassinio della madre e la morte dell'uomo, si presume per suicidio.
Il pensiero mi va a qualche settimana fa, a una mattina piovosa di maggio al Tribunale di Massa Carrara. Ho alcune domande per Aldo Giubilaro, Procuratore Capo, impegnato anche sulla violenza di genere. Sono un po' nervosa, ma penso sia utile entrare in contatto diretto con chi svolge il difficile compito di indagare un fenomeno così doloroso e devastante. Inizio con la prima domanda: oggi, dal punto di vista della Legge, il reato di stalking si integra quando il fenomeno si manifesta in modo pesante. Bisogna forse chiedere di più alla nostra legislazione?
Ogni mattina sulla mia scrivania c'è una pila di denunce, anche di stalking. Non è però vero che tutte le denunce per stalking si traducono in fatti accertati. Per motivi vari e disparati c'è una fetta di persone che esagera, o che vorrebbe usare la legge in modo strumentale, magari in sede di separazione. Per integrare il reato, non c'è sempre bisogno di una forte reiterazione degli episodi: possono essere anche due o tre, con caratteristiche intrinseche determinanti. Visto che passare alla dimostrazione di un aspetto teorico è centrale, è chiaro che se gli episodi sono diversi, ciò diventa più facile. Ci deve muovere un senso di responsabilità, ci vuole cautela per iniziare processi o azioni forti, perché ogni volta abbiamo a che fare con la vita di interi nuclei familiari. Ci vogliono condizioni particolari di equilibrio: non dobbiamo sottovalutare, ma neanche sopravvalutare in eccesso la violenza. Ci sono ragioni culturali che possono indurre a non dire, ma anche l'atteggiamento opposto. Quello che io noto, è una forma di esagerazione in entrambe le parti: si sottovaluta per ragioni storiche, si sopravvaluta come reazione del momento.
In un paese come il nostro, dove da anni ogni 2,5 giorni viene uccisa una donna per mano di uomini di famiglia, bisogna però farci delle domande. In molti casi vengono uccise donne che hanno presentato già due, tre denunce. Come mai?
E' fin troppo facile dire dopo cosa dovevamo fare. Ovvio che c'è qualcosa che non va. Non possiamo intraprendere azioni forti per paura. Mi dica Lei cosa dovremmo fare: dovremmo mettere in galera,fare ammonimento, quando non ci è possibile dimostrare con cautela come stanno i fatti? Noi possiamo sentire il denunziante per rendersi conto e in caso intervenire, dobbiamo valutare. Le varie parti (Centro di ascolto, Polizia, Carabinieri, Procura) devono fare una valutazione prognostica di ciò che può avvenire in futuro. Noi possiamo essere severi quando il fatto è accertato.
Qual è la cultura giudiziaria di riferimento nel seguire questo ambito? Assistiamo spesso a sentenze paradossali. Le risulta che chi opera nel contrasto alla violenza di genere (avvocati, forze dell'ordine, inquirenti, magistrati...) riceva una formazione specifica, come richiesto dalla Convenzione di Istanbul?
Un tempo la cultura giudiziaria sottovalutava questi fatti. Oggi spesso e volentieri nell'attività giudiziaria c'è più presenza femminile: in Procura ci sono molte donne e io ho delle donne che si occupano di questo ambito specifico. In Magistratura non c'è subordinazione gerarchica, si agisce alla pari, ci deve essere un equilibrio in scienza e coscienza. 
Cosa c'è da migliorare secondo Lei?
Il fenomeno della violenza c'è, esiste e è di una portata tale che non si può risolverlo per via giudiziaria. Se non si tratta di fenomeno episodico e generalizzato, vuol dire che è culturale e strutturale al rapporto uomo/donna. Gli uomini hanno fatto minori progressi nel rapportarsi alle donne, mentre le donne hanno intrapreso da decenni una percorso critico e si sono impegnate per l' emancipazione. Dobbiamo mettere in atto un'attenzione forte, vigile. Il rapporto tra pena inflitta e pena scontata, deve migliorare nel nostro paese: l'Italia ha il rapporto più basso in Europa.
Il Dottor Giubilaro è stato gentile e disponibile. Chiaro.
Lentamente esco dal Tribunale, attraversando al rovescio i vari punti di controllo. Ha piovuto, sento freddo, i miei passi cercano di evitare le pozzanghere. E' difficile. Come è difficile accettare che tutto si risolva in pochi, determinanti passaggi pratici. Ripenso alle tante donne conosciute e intervistate in questi anni, al percorso di dolore che hanno deciso di intraprendere per farci avanzare tutti di un passo. 
Penso alle prove, impossibili, che dovevano accumulare, pur vivendo e agendo completamente sole. A quanto erano furbi e spregiudicati i loro compagni. A quanto manifestavano con ostentazione il loro odio. Ho negli occhi queste donne incontrate, di tante età, con sguardi affranti e offesi dal dover dimostrare ciò che a un certo punto, era fin troppo chiaro. All'umiliazione di ricevere violenza, anche attraverso una tenace diffidenza. Al fatto di trovarsi di fronte un muro alto, cercando la giustizia, e trovando la legge
Uguale per tutti, oggettiva, equilibrata, dimostrabile, inconfutabile.
Come lo è stata per Loredana Colucci, a Albenga. E per sua figlia, quella ragazzina di tredici anni.
Simonetta Ottone; in collaborazione con Simona Volpi

lunedì 18 maggio 2015

Il teatro che nutre. Intervista ad Alessandro Berti

di Simonetta Ottone • AlessandroBerti esce dalla Scuola del Teatro Stabile di Genova. Fonda insieme a Michela Lucenti, anche lei giovanissima, la Compagnia L'Impasto Comunità Teatrale, di cui scrive e dirige tutti gli spettacoli. 

Vince il Premio Gherardi (2002) con il suo Teatro in Versi, dirige la Scuola Popolare di Teatro di Udine e il Progetto sul disagio mentale "Arte/Società/Follia".
Alessandro è un viaggiatore, un raffinato esploratore di paesaggi umani. Vive il Teatro e lo scrive incessantemente, impastato nella carne, accadimento fisico di un rito, unico e irripetibile. Non è un attore che reciti: quando lo si guarda in scena sembra che la grande finzione sia la nostra vita stessa, non ciò che esce dal suo teatro.
"Davvero di gratuità e dismisura d'amore, ha bisogno il teatro per liberarsi dalle secche di quel narcisismo autoreferenziale che miete vittime in ogni settore dell'arte e ne paralizza anche i più ambiziosi slanci creativi; una patologia talmente diffusa da risultare invisibile, e di cui si prende gioco Alessandro Berti (…)" (Silvia Guidi, L'Osservatorio Romano, 29 Settembre 2011)
Finalmente lo incontro: un giovane uomo, magro e sorridente, che trattiene ostinato in sé il senso d'incanto del ragazzo.
• Alessandro, come ti sei avvicinato al TEATRO e alla sua scrittura?
Ho sempre scritto. Per il teatro ho scritto, e continuo a scrivere, semplicemente perché ho studiato come attore, così recitare quel che scrivo è la cosa più semplice. Ma scrivo un teatro non teatrale, più vicino alla poesia o al racconto.
• Nel tuo lavoro sei venuto in contatto con la TOSCANA?
Alla fine degli anni novanta sono stato a Pontedera, prodotto da Pontedera Teatro. E ancora prima ho studiato a Montalcino e a Rosignano, in quei corsi europei di inizio anni novanta, memorabili per risorse economiche e per mia totale incoscienza (ero un allievo assai scostante e polemico).
•  Chi sono i tuoi riferimenti, i tuoi Maestri?
Sono performer, scrittori/ici, danzatori/ici: Leo de Berardinis, Thomas Bernhard, Jerzy Grotowski, Yoko Muronoi, Ingeborg Bachmann, Uwe Johnson, Eduardo, Claudio Meldolesi, Tatsumi Hijikata, Kazuo Ohno, Luisa Muraro.
• Ci sono anche donne; me ne parli? 

mercoledì 6 maggio 2015

Quattro storie di donne, quattro storie di violenza

E' dalla drammaturgia dello spettacolo di teatrodanza TUA, di Associazione Compagnia DanzArte, che si delineano i contenuti del Convegno regionale del Centro Italiano Femminile (CIF) della Toscana, svoltosi al Calambrone (PI), a fine Marzo. 


"Vogliamo far luce e riflettere insieme sull'importante tema della condizione femminile oggi. Tema centrale sin dalle origini del Cif, il cui impegno si basa sui principi di uguaglianza, solidarietà, e si concretizza nel sostegno alle politiche per le pari opportunità", saluta così Maria Letizia Gaudenzi, presidente del Cif regionale. Segue poi il forum "Essere donna oggi tra contraddizioni e ricerca del futuro", in cui Katia Orlandi (presidente di Cif Livorno) affianca i numerosi relatori stimolati da un nutrito pubblico proveniente da molte province della Toscana. "Uno schiaffo è una violenza che incide l'anima", non certo un segno di attenzione da parte di un fidanzato geloso, afferma Francesca Menconi, vicepresidente del Cif regionale, dunque l'importanza per le donne di riconoscere i comportamenti critici. L'avvocato Gabriella Porcaro rileva che in alcuni casi di stalking può succedere che anche la donna che subisce soprusi entri a sua volta nell'esercizio della violenza verso l'uomo. Lo psicologo Marino Marunti nota quanto sia difficile far fronte alla complessità della società moderna senza un avanzamento della cultura psicologica, necessaria a far fronte a un mondo di relazioni e di possibilità mai conosciuto prima. Don Edward Domagala, docente di filosofia, oltre che parroco, interviene "La violenza va contro la ragione. La relazione tra uomo e donna è indispensabile, deve essere intersoggettiva, ossia relazione tra due realtà ricche di esperienza, capacità, progetti, altrimenti prevale il desiderio non di cura ma di dominio e gli individui rinunciano ad essere responsabili".
L'intervento di testimonianze dirette di donne  vittime di violenza ha offerto molti spunti, anche sugli aspetti della giustizia. E' intervenuto il magistrato Cosimo Maria Ferri, sotosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, che ha sottolineato alcuni punti importanti:denunciare sempre le violenze, investire nelle forze dell'ordine e fare rete con i servizi di ascolto sul territorio e i servizi sociali, elevare il sistema giustizia con formazioni specifiche, anche delle Asl dove esiste il codice rosa ma dove non mancano difficoltà a riconoscere l'effettiva presenza di violenza sulla donna. Fondamentale anche l'attenzione alla "qualificazione giuridica" del reato (in presenza di maltrattamenti, "lesioni gravi" è un reato più pesante di "stalking"), conoscere e valorizzare gli ultimi provvedimenti legislativi su "femminicidio" e sul piano antiviolenza che prevedono servizi quali l'immediato allontanamento del maltrattante e il gratuito patrocinio legale.
Aldo Giubilaro, procuratore capo della Repubblica a Massa, ha posto l'accento sull'importanza di un'evoluzione culturale per gli uomini (le donne hanno già iniziato da diversi decenni questo percorso), sull'importanza dell'immediato controllo e verifica delle denunce per violenza, sulla certezza della pena, visto che l'Italia è il fanalino di coda in Europa in questo senso.
Molte ancora le riflessioni. Visto la percentuale di donne che lascia il lavoro al secondo figlio, l'indipendenza economica rimane per le donne italiane una pura illusione, come la condizione di pari diritti e remunerazione sul lavoro, dal momento che la discriminazione di genere inizia fin dalla fase di selezione del personale.
Difficile in questo paese essere donne e camminare a testa alta. Si parla di noi, associate per l'appunto a fenomeni negativi, come la violenza, la disoccupazione, l'assenza di politiche familiari, come se per la cultura italiana la vita delle donne fosse contraddistinta solo da oneri, problemi, fallimenti. Insomma, mai protagoniste di notizie edificanti, ma vittime. Sempre, e forzatamente.
Fonte: Toscana Oggi, "Violenza sulle donne, ci rimettiamo tutti" di Graziella Teta

sabato 18 aprile 2015

Che sta succedendo in Toscana? La saga dei femminicidi

di Simonetta Ottone • Toscana, terra ideale, di arte e bellezza. 
Ma non solo. Toscana, terra di violenza, femminicidi, donne che spariscono - stupratori assolti, "geni" criminali della misoginia. 
La Toscana sembra diventata terra che odia le donne e quasi lo ostenta. Dal 2006 al 2014 sono decine e decine i femminicidi, quasi tutti - come sempre - per mano di uomini di famiglia; migliaia ogni anno le donne costrette a rivolgersi a Centri antiviolenza; questi, a loro volta, a causa della carenza dissennata di risorse, non sanno come far fronte all'escalation di richieste di aiuto. Ed è proprio quest'ultimo l'annus orribili fra le nostre colline dolci. Per associazione di idee, viene in mente, fra queste colline, una fuga ininterrotta di donne... come nell'attimo colto nel quadro del Palagi, sulle Troiane.
Una fuga dalla violenza che non dà tregua al perenne stato d'intimidazione che subiscono le donne comuni, anche al semplice ascolto di un notiziario. 
Ma iniziamo da maggio 2014 - un punto qualunque - con Andrea Cristina Zamfir, trovata crocifissa in un vicolo, alle porte di Firenze. Arrestato Riccardo Viti, responsabile di almeno altre 6 violenze a carico di prostitute. Un buon modo di farla franca: si crede scarsamente alle donne perbene, figuriamoci se si crede a delle prostitute che neanche si spiegano in italiano e magari sono anche clandestine! 
In Toscana le donne si fanno sparire, così il problema non c'è: le cancelliamo, non si vedono più e presto non se ne parlerà più, facciamo sparire tutto di loro. Che domani ci sono nuovi casi. Come Francesca Benetti, scomparsa in provincia di Grosseto nel Novembre del 2013, per cui fu arrestato e rinviato a giudizio Antonio Bilella, accusato d'aver ucciso e poi distrutto il cadavere dell'insegnante monzese. O di Guerrina Piscaglia, scomparsa nell'aretino il maggio scorso; indagato per favoreggiamento nella scomparsa, sequestro di persona o omicidio il parroco Gratien Alabi. Finché però non si ritrova il corpo, un indizio o finché la Piscaglia non ricompare - come per magia, resta tutto fermo: il 25 Aprile scade la misura cautelare del divieto di espatrio per Gratien, così a breve lui potrà andare in Francia dove lo aspetta una nuova parrocchia. E poi c'è Roberta Ragusa, scomparsa dalla sua abitazione vicino Pisa, nel gennaio 2012. Il Giudice ha deciso il non luogo a procedere per Antonio Logli, il marito, accusato di omicidio e distruzione di cadavere. Logli lascia il Palazzo di Giustizia a testa alta.
Un colpo per la Procura da parte del Tribunale, che ha demolito il castello accusatorio costruito in questi anni dagli inquirenti. Pare che il Giudice abbia ritenuto che, in assenza del cadavere, Roberta Ragusa non sia morta. Insomma, madri che non hanno mai lasciato figli, casa e  marito decidono un bel giorno di andarsene senza soldi, documenti e bagagli e non dare più loro notizie, perché avevano scoperto l'infedeltà dei mariti con un'amica. Tutto qui.
E' questa linea difensiva che viene seguita dal giudice. Per fortuna però, la Procura continuerà a indagare finché non ci sarà una sentenza definitiva
Ma non basta. Una recente sentenza-shock della Corte di Cassazione stabilisce che per i membri del gruppo che violenta non si debbano aprire le porte del carcere, poiché il giudice può applicare misure cautelari alternative. Quindi di fatto, la violenza in branco su donne è un reato di serie B. E quanta violenza, doppia, al quadrato, al cubo, devono subire quelle donne che, credendo e affidandosi alla giustizia, affrontano e espongono pubblicamente quel percorso di dolore?
E arriviamo allo stupro di gruppo del 2008 fuori dalla Fortezza da Basso di Firenze (il cui Comune, lodevolmente, ha deciso di costituirsi parte civile in tutti i processi riguardanti reati inerenti la violenza di genere). Altra sentenza shock: la Corte d'Appello ribalta la sentenza di primo grado per i 6 giovani arrestati nel 2008 per il "presunto" stupro, confermato da rilevanze mediche, che sarebbe avvenuto ai danni di una studentessa. Dunque, non è valsa la condizione di abuso d'alcol in cui si trovava la ragazza che per il Codice penale configurava il comportamento, anche senza costrizione, nel reato di violenza sessuale di gruppo. La Corte d'Appello ha ritenuto giusto accogliere le tesi delle difese che sostenevano che la ragazza, nota per le sue libertà sessuali, sarebbe stata consenziente e si sarebbe poi recata in Questura e agli esami del Centro antiviolenza, solo perché ci aveva "ripensato". O forse, per trascorrere in modo alternativo una torrida giornata d'estate a Firenze.
E ancora. Irene Focardi, scomparsa il 3 febbraio a Firenze e ritrovata a fine marzo in un sacco della spazzatura dentro un fosso. Davide Di Martino, accusato d'omicidio, occultamento di cadavere e maltrattamenti aggravati dalla morte, non parla. 
Insomma, la regione è piena di geni del male, con nervi d'acciaio e menti finissime, visto quanto filo da torcere danno a autorità e forze dell'ordine! A chi, insomma, dovrebbe lavorare nell'interesse della vittima, più che dell'imputato.
Rimane da capire perché una donna più volte picchiata da un uomo, vada a casa di lui che si trova in tutela domiciliare per quei maltrattamenti stessi. Che tipo di idea di relazione d'amore abbiamo noi donne italiane? Che tipo di aspettative di realizzazione riponiamo in un uomo? Anche in un uomo che picchia, e che spesso uccide con ferocia e che violenta ancora, cancellando l'esistenza stessa della donna. E arrivano ore, ravvicinate, che urlano sempre più forte, dal 31 marzo al 1 aprile: 48 ore in cui in Toscana la violenza trionfa.
Arezzo: Graziano Rossi, 53 anni, imprenditore edile, imbraccia la doppietta da caccia e spara alla moglie che dorme, poi si spara davanti ai figli. Si, lei viene uccise nel proprio letto, nella propria casa: forse l'unica in cui possiamo stare, visto che le case rifugio nel nostro paese sono per ora pochissime e le famiglie delle donne tendono a rimandarle, come millenni or sono, dai loro mariti. Che le ammazzano.
Livorno: Vittorio Re precipita e muore mentre tenta di introdursi nell'appartamento della ex moglie, con tanica di benzina e accetta. Già condannato per lesioni e maltrattamenti a danno della donna, aveva anche tentato di dare fuoco alla sua auto.
Più o meno nelle ore della tragedia di Livorno, nella pineta al confine tra Torre del Lago e Vecchiano, una prostituta viene assassinata con 7 coltellate alla schiena, 3 all'addome: due turisti tedeschi la trovano prona, seminuda, sommersa dal suo sangue. La Nera, come la chiamano le colleghe sconvolte, non è stata solo uccisa. E' stata orribilmente trucidata, con un accanimento riservato solo a chi non ha potere, alcuno.
Neanche quello di essere visibile.

mercoledì 8 aprile 2015

Tra marito e moglie

di Simonetta Ottone • Esco di macchina e dal retroparcheggio del supermercato sento delle urla.
Guardo e vedo poco lontano una donna che spinge via da sé un uomo, invano. Lui è alto, ha un enorme giubbotto imbottito, lei urla sempre più forte e con voce acuta chiama aiuto. Lo spinge via a scatti, come chi sa di disporre di una forza solo di nervi. Rimango impalata, non riesco a articolare un pensiero.
Io che in tutte le forme che so, ballo, recito, scrivo di donne, per le donne, non riesco, ora, a compiere un gesto utile, che modifichi, o almeno interferisca con ciò che sta accadendo a UNA donna, in questo momento, qui davanti a me
Lei non riesce a entrare in macchina, lui le tiene la portiera, lei riprova, lui la tira fuori e inizia a batterle la portiera addosso. Scatto verso di loro. Nel frattempo ho trovato il cellulare nella mia borsa misogina, dove non trovo mai niente, dove tutto sparisce, lo tengo in mano, vado verso di loro che continuano a spingersi e a urlare.
Ho paura, sento le mie gambe in ogni millimetro.
Lui mi vede, io tengo d'istinto il cellulare in bella vista, continuano a litigare, lei inveisce verso di lui "hai rovinato la vita di du' figlioli!", lui si muove in modo meno vistoso, e mi guarda di sguincio.
E' uscito il magazziniere dal supermercato "O cos'è questo casino? Chi è che urla?"; è dietro a me, io procedo verso di loro, ma lui non viene avanti.
Io voglio guardare lui, che non le sbatta più la portiera addosso, tenendola ferma. Parlo all'uomo col grembiule e gli dico che vanno chiamati i carabinieri, che vada dentro subito a chiamarli. Non mi riesce di staccare gli occhi da quel ragazzo alto e infuriato, come se potessi fermare la sua furia solo guardandolo. "O perché i carabinieri? Litigavano anche qua al banco. Ma è una lite tra marito e moglie...", così mi risponde l'uomo. 
Io giro la testa e lo guardo imbestialita, tanto da farlo indietreggiare "tra marito e moglie?! Ma qui c'è una colluttazione, lei chiede aiuto! Ma non lo vede, cazzo?" Lui se ne va subito dentro il magazzino e sembra non tornare più.
Io mi avvicino ancora, tengo il telefono come fosse un'arma, lui mi guarda male, non so cosa fare, ho paura di non guardare più e non mi ricordo se è 112 o 118 o cosa. Che idiota. Non mi si fermano i pensieri in testa. Torna con calma l'uomo del supermercato, ha chiamato rinforzi: ha con sé due donne col berretto da cuoche. Dico loro che bisogna chiamare i carabinieri. Tolgo per un attimo gli occhi di dosso da quella ragazza, mi sembra così facendo di abbandonarla e sto male, guardo le donne col berretto "Chiamate i carabinieri, per favore!". Ho urlato, il ragazzo alto e cattivo si è fermato, lei era comunque riuscita a entrare in macchina. Parte, finalmente. Lui ci guarda periferico, e con passo molleggiato sparisce, lento, quasi lieve.
Guardo loro e dico "non è una lite tra marito e moglie. Non è una cosa loro, si picchiavano e spingevano. Si chiamava aiuto! Si dovevano chiamare i carabinieri!". Sono incredula e incazzata. Le donne annuiscono spaventate. L'uomo rimane lì, in piedi, col suo grembiule e le braccia ciondoloni.
Li mollo lì e chiamo i carabinieri. Penso che lui la starà inseguendo in macchina.
Dopo tanto, o forse una manciata di momenti, lei da sola, è riuscita a scappare. "Sì, Signora, ci dice la targa per favore? Che macchina era? L'ha vista? Se la ricorda?" "Era buio, non ero vicina, una macchina chiara, non grande, ero nel panico. Non mi ricordo bene" "Ci dispiace, Signora, non possiamo fare niente. C'era qualcun altro con lei?"
"Sì, ma non hanno fatto niente. Quasi come me".