giovedì 6 giugno 2019

"Vai Bela!" Vai Bella, pedala verso la libertà!

di Simonetta Ottone •  Quel giorno dovevo andare a lezione di danza; mio padre mi disse che sarebbe venuto a prendermi, avremmo mangiato qualcosa di veloce e saremmo andati a vedere una tappa del Giro d’Italia femminile, che passava da Firenze. Si trattava nientemeno del Giro d'Italia Femminile  Prima Edizione! Sulle strade che da Milano portano a Roma, attraverso 8 tappe e 764 chilometri. 
Era un giorno speciale, di quel Giugno del 1988. L’aria d’inizio estate, quella situazione d’attesa e quell’emozione che mio padre aveva deciso di condividere con me, hanno parlato chiaro, a posteriori. Passarono come delle furie, quelle donne in bicicletta. 
Veloci, i corpi possenti, sulle biciclette piegate rasoterra curvando il nostro Duomo. Feci a tempo a vedere i loro colori, a sentire l’aria che penetravano, spostavano violentemente in un attimo in cui l’errore di una avrebbe portato con sé il destino di tutte. Indomite e fugaci, sparirono subito, lasciandomi un po’ interrogativa, come alla fine di una danza che non dovrebbe finire mai. 
A casa nostra l’estate la televisione serviva per sentire il ciclismo. Non ho ricordo di trasmissioni di calcio, ma solo delle voci concitate degli speakers che raccontavano i grandi appuntamenti: il Giro d’Italia, innanzitutto, ma anche quello di Francia. 
Spesso mio padre va a vedere ancora oggi alcune tappe, perché il Giro d’Italia è una manifestazione piena di storia, di grandi gesti e speranze. Tra un allenamento e l’altro “babbo”, che a 80 anni si divide ancora quotidianamente tra canoa e bicicletta, mi ha raccontato di queste ragazze che vanno in bicicletta, pedalando lontano, dichiarando al mondo la loro autonomia di spostamento, andando a prendersi la loro libertà. 
Dunque ho pensato di farmi raccontare qualcosa e gli ho fatto delle domande, a Pier Luigi Ottone, che mi ha risposto per iscritto (non è un grande conversatore!), da buon ex cronista sportivo. Di seguito il suo racconto: 
 “Quella che segue è una miscellanea di annotazioni che ho raccolto senza uno scopo e senza un ordine logico. Sono solo delle notizie raccolte a destra e a sinistra, o memorizzate e successivamente approfondite, su un argomento, il ciclismo, che mi interessa particolarmente. Così ho notato, con sorpresa, quanto l'attività ciclistica non sia un esercizio prettamente maschile ma, fin dal suo nascere, fine Ottocento, viene praticato anche dalle donne. 
 Inizialmente poche magari, poche a precorrere i tempi, ma importantissime in quanto si sono imposte all'attenzione generale, della gente, della stampa e delle realtà sociali gettando le basi, in un mondo maschilista, di una diffusione che in poco tempo ha coinvolto l'universo femminile, soprattutto in Occidente. Le origini della bicicletta risalgono a più di 200 anni fa, al 1790. 
Nel 1816 la ruota anteriore venne resa sterzante ed il velocifero prese il nome di draisina, senza freni e senza pedali, per cui per mandare avanti la “macchina” bisognava continuare a scalciare con i piedi. Ma ormai il progetto, seppure rudimentale, di fornire l'uomo di un mezzo con cui muoversi in autonomia era nato, era da migliorare e perfezionare; così, a cascata, vennero i miglioramenti e gli accorgimenti tecnici. 
Nel 1861 alla ruota anteriore vennero applicati i pedali, e nacque il velocipede. Nel 1880 venne realizzato il sistema di trasmissione del movimento tra i pedali e la ruota posteriore tramite la catena e la “macchina” prese il nome di biciclo. Con la bicicletta le masse popolari iniziarono a muoversi, a spostarsi, a confrontarsi in competizioni, a divertirsi. Con la possibilità di trasferirsi rapidamente da un posto a un'altro, da un paese all'altro, si annullarono le distanze, aumentò la curiosità di vedere e di esplorare, e nacquero numerosi movimenti escursionistici e turistici soprattutto in Europa e nell'America del nord. 
Questa passione contagiò tutte le classi sociali, uomini e donne. In particolare queste ultime, dedicandosi ad una attività considerata maschile, sfidarono i pregiudizi dell'epoca e della gente e contribuirono decisamente all'emancipazione femminile. 
Susan B. Anthony, avvocata e suffragetta americana, nella seconda metà del 1800 lottò con accanimento per l'emancipazione delle donne e per la conquista dei loro diritti sia sul lavoro che in altri temi sociali; nel 1849 fondò l'associazione nazionale americana per il suffragio femminile. Nel corso di un convegno ebbe a dire: “lasciate che vi dica cosa penso dell'andare in bicicletta. Penso che la bici abbia fatto per l'emancipazione della donna più di ogni altra cosa al mondo. Da alle donne la sensazione di libertà, di emancipazione, garantendo la possibilità di muoversi al di fuori dei rigidi confini della propria dimora e lontano dal severo controllo degli sguardi altrui”. 
Altro grande personaggio e punto di riferimento del mondo femminile, fu Anne Londonderry Kopchossky; moglie e madre di tre figli fu, nel 1894, la prima donna acompiere il giro del mondo in bicicletta

Lo fece in quindici mesi e lo fece per scommessa. Nel 1884 l'aveva fatto Thomas Stevens, un uomo quindi, e l'opinione corrente era che una donna non ne sarebbe mai stata capace in quanto fisicamente inadatta ed incapace di affrontare pericoli ed avversità. 
Nacque un giro di scommesse, Anne trovò uno sponsor che per 100 dollari scrisse il nome della propria ditta sulla bicicletta e partì da Boston con i 100 dollari in tasca e qualche vestito nella borsa insieme ad una rivoltella, non si sa mai. Anne partì salutata da una moltitudine di persone, in questa moltitudine non c'era suo marito. 
Come detto partì da Boston, arrivò in Cina, a Singapore, a Gerusalemme e in una infinità di altre località. Ovunque veniva accolta e seguita per la strada da centinaia di ammiratori; la gonna lunga la impacciava, e lei se ne liberò e indossò i pantaloncini, per l'epoca una trasgressione inaudita. 
Concluse il suo viaggio a Boston, accolta trionfalmente, abbattendo ogni barriera di pregiudizio: era forte come un uomo, coraggiosa più di un uomo, per di più con le cosce all'aria. 
Fu una rivoluzione culturale, la rottura di ogni convenzione. 
In Europa, nel 1898, Emile Zola scrisse che la bicicletta era "lo strumento che azzerava la differenza fra i sessi", in tal senso ha avuto un ruolo fondamentale nella emancipazione femminile. 
Facciamo un salto di circa 150 anni per ritornare al presente, ai giorni nostri e ad una storia di secondaria importanza ma, nel suo piccolo, assai emblematica e parliamo di Admiral al Turkistam. E' una ragazza musulmana, che è andata a completare gli studi universitari a Boston (ancora Boston come prima!) dopo di che rientra al suo paese: l'Arabia Saudita. Ha 22 anni, è una ragazza come tante, e come tante ha una passione, la bicicletta. 
Siamo nel 2015, ma siamo anche in un paese integralista dove alle donne non è permesso prendersi libertà. Nonostante l'avversità dell'ambiente, degli amici e dei parenti, Admiral al Turkistan va in giro da sola con la sua bicicletta. Suscita curiosità e scandalo, ma è anche di esempio per tante altre ragazze come lei; insomma qualcosa ha mosso intorno a sé e tante altre giovani si uniscono a lei, salgono in bici e con questa vanno a scuola, a lavorare, in gita pur rispettando le limitazioni imposte all'abbigliamento, che deve essere quello tradizionale. 
E spostiamoci in un altro paese mussulmano: l'Afghanistan dove l'emancipazione femminile è un processo lento e lungo, fortunatamente aiutato dallo sport con i suoi regolamenti e impegni internazionali. Fino a pochi anni fa la pratica dello sport era esclusivamente maschile, ma solo recentemente anche le donne hanno potuto accedere alle varie federazioni nazionali: nel 2007 al calcio, nel 2010 al cricket, nel 2007 al basket, e così via, seppur con attenzione alla loro cultura: le calciatrici indossano durante le partite una maglia con una specie di cappuccio aderente, che funge da velo. Solo nel 2015 una donna afghana ha potuto correre la maratona, si chiama Zainab, ha 25 anni ed è stata la prima donna afghana a poterlo fare; la manifestazione si correva in Afghanistan e lei era l'unica partecipante femmina. 
Pochi anni prima è nata una bella storia ad opera di Shannon Galpin, una attivista americana, nata nel 1974, promotrice nel 2006 in Afghanistan del movimento Afghan Cicles; questo si rivolge alle donne afghane di 20-30 anni che in famiglia hanno ricevuto violenze e maltrattamenti. 
La promotrice americana vuole insegnare alle ragazze ad andare in bici, le tecniche del ciclismo e far loro apprezzare il senso di libertà che dà la bicicletta il cui uso è, o era, vietato in Afghanistan alle donne, soprattutto per resistenze culturali.   
Per le cicliste la vita è dura, l'ostilità è totale, in allenamento vengono per così dire lapidate, fatte oggetto di aggressioni sia fisiche che verbali, le loro famiglie minacciate. Ma non demordono e la Shannon Galpin divulga all'estero la sua iniziativa trovando consensi e collaborazione in diversi paesi che organizzano raduni ciclistici a favore delle ragazze afghane. 
In Italia l'ex ciclista professionista Andrea Ferrigato indice un raduno amatoriale nel Veneto a loro sostegno. E le cicliste afghane pedalano e pedalano fra un sasso e un insulto, ma riescono a fare nascere ufficialmente la nazionale afghana femminile che si comporta decorosamente nelle gare e ottiene riconoscimenti in Corea, Pakistan, Kazakistan, Bangladesh; ora ha per obiettivo di andare alle olimpiadi di Tokio del 2020. 
Due belle storie italiane: naturalmente nei paesi occidentali lo sport femminile è praticato da moltissimi anni, fin dalle olimpiadi di Parigi del 1908 anche se non ufficialmente, e da quelle di Stoccolma del 1920 ufficialmente. 
Anche corse particolarmente impegnative come il Giro d'Italia ed il Giro di Francia si sono aperte alla partecipazione femminile sia pure su percorsi più brevi ed in un minore numero di tappe rispetto ai maschi. La prima edizione del Giro d'Italia femminile risale al 1988, del Giro di Francia al 1984 dopo una prima edizione nel 1955 seguita da una sospensione di trenta anni. Moltissime sono le cicliste italiane e straniere che si sono messe in luce ma mi piace ricordarne due italiane, Alfonsina Strada e Maria Canins. 
Alfonsina Strada (1891/1959) è ritenuta fra le pioniere della parificazione fra maschi e femmine nello sport e un esempio di emancipazione delle donne anche al di fuori dello sport.

E' stata una formidabile ciclista, nata a Castelfranco Emilia da una coppia di braccianti, una dei dieci figli messi al mondo. Nel 1901 il babbo portò a casa una bicicletta, anzi più che una bicicletta un rottame di bicicletta. Alfonsina se ne innamorò e se ne impossessò pedalando furiosamente per le campagne. Sorpassava con facilità i ciclisti uomini che incontrava e a quattordici anni partecipò di nascosto ai genitori alle prime gare, in casa diceva che sarebbe andata a messa. Le bugie però hanno le gambe corte e la mamma la scoprì. Le disse che se voleva continuare a correre avrebbe dovuto sposarsi e andare via di casa, Alfonsina così fece e a 14 anni si sposò, per regalo di nozze chiese e ottenne una bicicletta e suo marito divenne il suo primo tifoso e preparatore atletico. Si trasferì a Torino e iniziò a gareggiare sia su strada che su pista, in Italia e in Francia. Era forte e cercava altre esperienze così nel 1917 chiese e ottenne il permesso di partecipare al Giro di Lombardia, gara esclusivamente maschile su un tracciato molto severo. Partirono in 43, ovviamente lei unica donna, che si classificò in 23esima posizione. Vi partecipò nuovamente nel 1918 giungendo 21esima su 49 partecipanti. Nel 1924 ebbe il permesso di partecipare fra mille polemiche al Giro d'Italia, gara a tappe esclusivamente maschile ma un regolamento imperfetto glielo consentiva. Gli organizzatori pensarono di schivare la tempesta iscrivendola come Alfonsin Strada, ma ben presto dovettero specificare che non era Alfonsin ma Alfonsina suscitando un vespaio di critiche e ironia, ma anche curiosità richiamando lungo le strade della corsa tanta gente venuta a vedere la suffragetta. In una delle prime tappe giunse fuori tempo massimo a causa di numerosi incidenti tecnici che ne rallentarono l'andatura. Riconoscendo questi problemi nei quali era incorsa l'Alfonsina, ma soprattutto riconoscendone il valore ed il coraggio, la giuria non la squalificò escludendola dalla gara ma le permise di continuare la medesima fuori classifica. Concluse il giro onorevolmente e fu fra i 30 concorrenti che lo terminarono su 108 iscritti. In un'epoca in cui la parità fra uomo e donna era ancora lontana, Alfonsina fu un esempio altissimo per tutte le donne e per il regime improntato al più aperto maschilismo. 
Passano gli anni e il movimento ciclistico femminile, sia amatoriale che agonistico, dilaga notevolmente con molte atlete italiane che si mettono in bella evidenza. Fra tutte mi piace ricordare un delicato e simpatico episodio di Maria Canins, ciclista trentina nata nel 1949 a Badia che ha un palmares lungo un metro; fra le vittorie più importanti un Giro d'Italia, due di Francia, ovviamente riservati alle donne, nonché medaglie ai campionati del mondo e alle Olimpiadi, ed ha concluso la carriera nel 1995 ricevendo la più alta onoreficienza al merito sportivo. In salita andava come una moto e nessuna avversaria riusciva a starle dietro, ma in discesa era una frana, sbagliava tutte le traiettorie in curva, e dovendo rallentare perdeva il vantaggio accumulato in salita. Il marito, trentino anche lui, era il suo primo supporter, il suo preparatore ed il suo manager. Conscio delle lacune della moglie in discesa, decise di aiutarla nei limiti in cui poteva farlo. Quindi pensò di indicarle, curva dopo curva, la direzione e la traiettoria giuste da seguire al momento di impostare la curva. Così la notte che precedeva la tappa di montagna, con salite lunghe e discese insidiose, il marito si muniva di un secchio di tinta bianca e di pennello, e, curva dopo curva, disegnava sulla strada la freccia dalla parte giusta ove affrontare il tornante seguendo la quale indicazione, Maria non avrebbe né sbagliato né rallentato. Difatti la ciclista scendendo individuava la freccia bianca disegnata dal marito e con sicurezza impostava la curva, senza dovere rallentare. 
Quando poi la discesa era finita, accanto alla freccia che indicava l'ultima curva, il marito scriveva “vai bela”, l'equivalente veneto di “vai bella!”. Maria sapeva che da quel momento in poi non ci sarebbero state più curve, perciò poteva dare gas al massimo e involarsi verso il traguardo".

lunedì 22 aprile 2019

Progetto Casa Julka. Pioniere, Lisa Ullmann e la danza educativa

di Simonetta Ottone • A un anno dalla sua apertura (29 Aprile 2018) Casa Julka, casa delle donne, promuove diversi appuntamenti importanti. Il 7 Aprile è stato Giornata Mondiale della Salute: il Centro DanzArte – Movimento e ArtiTerapie, celebra ogni giorno la Salute della Persona, attraverso attività rivolte al Corpo e alla Mente. Questi i prossimi incontri:

Il 29 Aprile, per la Giornata Internazionale della Danza (Conseil International de la Danse UNESCO), è previsto un doppio appuntamento: 
La Casa che abito

Lo Spazio nel Sistema Laban/Bartenieff e in DanzaMovimentoTerapia. 

L'11 Maggio, il Progetto Casa Julka organizza un appuntamento del ciclo Pioniere: Lisa Ullmann. 

Un incontro sulla Storia della Danza e dell’Arte. Un’occasione per ricordare quanto la Danza sia stata, nella storia del Novecento, un modo di riconoscere la centralità della donna nel mondo dell’arte e della cultura e abbia rappresentato un rivoluzionario modo di resistere alle dittature (in particolare del nazifascismo) e del pensiero unico, acritico, oscurantista del proprio tempo.
Tuttora, nel mondo della danza in tutte le declinazioni, lavorano e creano tantissime donne, anche se negli ultimi anni si è diffusa una danza tutta muscoli e apparenza, a firma di svariati coreografi uomini, e non solo.
Diana Jordan (da The Dance as Education, 1938), sosteneva l’importanza di considerare la danza come una forma di espressione creativa ed artistica e non come un’appendice dell’educazione fisica.
Nel 1937, dopo aver lasciato la Germania a causa dei sopravvenuti contrasti con il regime, Laban trascorse, stanco e sofferente, un periodo a Parigi. Lì incontrò Lisa Ullmann, una figura molto importante nello sviluppo delle sue ricerche nell’area educativa.
Il sodalizio tra Laban e Ullmann fu lungo; insieme fondarono Art of Movement Studio, a Manchester, Centro che il Ministero dell’Educazione inglese individuò (1950) come luogo di formazione ove gli insegnanti potevano formarsi in Danza Moderna Educativa, ritenuta materia di studio per lo sviluppo della creatività e del senso critico, attraverso la pratica pedagogica basata sui fondamenti del movimento.
Dopo la morte di Rudolf Laban, Lisa Ullmann continuò a diffondere la danza moderna educativa, che entrò a pieno titolo nella maggior parte delle scuole primarie inglesi.
(fonte: La Danza Moderna Educativa di R.Laban, tradotto e commentato da L.Delfini e F.Zagatti) Simonetta Ottone e Lorella Rapisarda ci parleranno di questa Pioniera della Danza Moderna in Inghilterra, proseguendo il lavoro di Casa Julka nel diffondere l’Arte, la Cultura, l’Operato delle Donne.

• inoltre, 11 e 12 Maggio a Livorno: Workshop – Formazione Permanente APID; condotto da Simonetta Ottone e Lorella Rapisarda.

domenica 3 marzo 2019

Staje' mmano all'Arte. Arte come umanizzazione dell'educazione e della cura

Napoli 23-24 Marzo 2019: “Staje 'mmano all'arte”, stai in mano all’Arte.

Mai nome fu più indicato per questo Convegno che porta in sé tutta la visione del nuovo Direttivo (subentrato con le elezioni del 2018) a guida Ottone, di APID: Associazione Professionale Italiana DanzaMovimentoTerapia (nella foto sotto: Simonetta Ottone).

Grandi sono le scommesse, controcorrenti rispetto ai tempi, che propone APID: Arte come umanizzazione dell’educazione e della cura, laddove la sommatoria di saperi tecnico – scientifici non è mai assimilabile a quel “Tutto”, che la persona è.

Il corpo e il movimento, in una prospettiva antropologica, nelle diverse culture; la cura nei processi educativi e formativi; la relazione di genere, sono i punti cardini dell’appuntamento.
L’approccio pedagogico, psicologico ed artistico, in ambito educativo, clinico, socio – culturale, saranno gli argomenti centrali che verranno trattati dal nuovo Comitato Scientifico APID, che vanta nomi quali Rossana Becarelli, Magda Di Rienzo, Massimo Fiorucci, Maria D’Ambrosio.
Un Comitato anch’esso controcorrente, poiché basato su approcci “non convenzionali”, ma supportati da evidenze scientifiche, studi ed esperienze di altissimo profilo, in ambito sanitario, universitario e di ricerca.
Un Comitato, per la maggioranza al femminile, che  inserisce a pieno titolo la manifestazione tutta nel  “Marzo Donna” della Città Metropolitana di Napoli, con lo scopo di rappresentare un momento di formazione permanente per i soci APID ma anche di scambio interdisciplinare e di apertura alla comunità ed alla cittadinanza.
La collaborazione con la Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Napoli sottolinea, una volta in più, la capacità di APID di essere presente su tutto il territorio nazionale, partendo dal sud e risalendo in lungo e in largo la penisola, promuovendo, supervisionando e monitorando una professione, quella della DanzaMovimentoTerapia (ai sensi di L. 4/13), che richiede molta formazione e aggiornamento permanente.
La qualità e l’originalità della proposta formativa è costituita non solo dal livello degli interventi dei quattro membri del neo Comitato Scientifico APID al completo, ma anche da Worshops, Posters e confronti in varie forme da parte delle/i socie/i APID, riunit* in Sezioni Locali e Gruppi di Studio, in numero sempre crescente in ogni zona d’Italia.

Il fine settimana a Napoli vedrà anche APID riunirsi nell’Assemblea annuale e confrontarsi in ogni suo organo. Altre info > QUI.

martedì 12 febbraio 2019

Le Donne che somministrano Terapia attraverso l'Arte

di Simonetta Ottone • Le ArtiTerapie (la DanzaMovimentoTerapia, la Musicoterapia, l'Arteterapia…) sono professioni altamente qualificate che vengono applicate da tantissimi anni in contesti istituzionali e non, pubblici e privati, anche in ambito clinico (prevenzione e  riabilitazione), socio-educativo, oltre che educativo, rivolto alla salute, al benessere, alla qualità della vita della Persona.
Un settore in cui lavorano tantissime donne (la maggioranza!). Queste si trovano spesso in condizioni contrattuali estremamente fragili e discontinue; tuttavia, le persone e le istituzioni utilizzano largamente questo tipo di terapie, in sostegno e in supporto ad altre terapie, spesso di natura medica, all'interno di progetti terapeutici ufficialmente riconosciuti.

Siamo le terapeute che entrano ovunque, e svolgono un prezioso presidio di accessibilità alla salute in situazioni territoriali e domiciliari. Lavoriamo nei nostri studi, ma soprattutto in ospedali, Centri diurni, Comunità, Case Famiglia, Hospice,  Scuole, Consultori… ricevendo ogni giorno conferma dell'importanza del nostro lavoro sul campo, evidenziato da ricerche scientifiche a livello nazionale e internazionale.
In altri paesi le nostre figure hanno piena dignità e visibilità, accanto a figure mediche, nella piena armonizzazione del  progetto sanitario promosso e sostenuto dalle Istituzioni deputate alla salute del Cittadino nelle varie realtà nazionali.
Il nostro risulta essere un Alto Profilo professionale, secondo gli standard europei.
Per tutte queste ragioni, chiediamo di supportarci nella richiesta di applicazione dell'art. 5, iniziativa dal mondo delle terapie psicocorporee ad indirizzo artistico (danzaterapia, musicoterapia, etc) della Legge 3 del 2018.

Da più di un ventennio anche nel nostro paese si sono sviluppate attività di ricerca applicata nell'ambito educativo, riabilitativo e terapeutico (ad esempio le terapie psicocorporee ad indirizzo artistico e non solo), attività che già operano nel sistema sanitario e per le quali è stata approvata una normativa ad hoc attraverso l'art. 5 della legge 11 gennaio 2018, n. 3, “Delega al Governo in materia di sperimentazione clinica di medicinali nonchè disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute", normativa che istituisce un canale di candidatura per le nuove professioni del settore.

La collocazione di queste discipline nel settore sociosanitario risponde alla sempre più diffusa e radicata visione del benessere e della salute come doveri sociali, sia della collettività nei confronti del singolo sia del singolo verso la collettività.
A fronte di un ritardo nel percorso attuativo della norma per la candidatura sociosanitaria di tali attività riguardante molti operatori, il Gruppo Promotore Interdisciplinare sollecita  “l'applicazione dell'art. 5 della legge 3 dell'11 gennaio 2018 riguardante l'attivazione dell'area sociosanitaria, con specificazione delle modalità di candidatura per le nuove professioni”.
Roma, 19-1-2019
per il Gruppo Promotore Interdisciplinare: 
Dott.ssa Mila Sanna, Psicologa e Psicoterapeuta
Danzaterapeuta Simonetta Ottone
Musicoterapista Rolando Proietti Mancini

mercoledì 30 gennaio 2019

One Billion Rising Livorno a Casa Julka

Anche quest’anno #1BillionRising fa sentire la propria voce contro ogni forma di abuso e violenza maschile su donne e bambine. Saremo in tantissime città del mondo per difendere e pretendere la libertà delle donne, e manifestare contro la violenza con ogni forma di arte: danza, musica, lettura, canto, teatro, incontri...

OBR è il più grande evento mondiale contro la violenza di genere, coinvolge 200 paesi del pianeta, mobilitando un miliardo di persone unite nell’affermare una cultura del rispetto e della solidarietà.  
One Billion Rising Livorno, nel “quartier generale” di Casa Julka, è in pieno fermento: dopo le svariate attività intorno alla Scrittura delle Donne, e dopo mesi in cui la Casa è aperta in orario esteso anche durante la settimana per attività volte alla Salute ed al Benessere delle Persone, ecco che giungiamo ad appuntamenti di particolare rilievo. 

Dopo anni di lavoro a contatto con donne portatrici anche di storie di violenza, DanzArte organizza “Gesti e Parole” Workshop teorico pratico di DanzaMovimentoTerapia, che mette al centro il comportamento maltrattante, attraverso la distruzione, la negazione o l’omissione di un linguaggio volto al rispetto dell’altr*. 

In che modo il corpo può essere utilizzato come ponte tra sé e l’altro per definire, oltre che l’esperienza del contatto, anche il concetto di limite e di definizione dei confini? Su quali canali verbali e non verbali si fondano le dinamiche del rispetto e dell’assertività?
Workshop in via Ricasoli 103, Livorno; Centro Studi DanzArte:
9 febbraio 2019 dalle h. 11 alle h. 21
10 febbraio 2019 dalle h. 10 alle h. 17
per info e contatti: casajulka@gmail.com

La Formazione è riconosciuta APID e sarà tenuto da  Simonetta Ottone, Danzamovimentoterapeuta e Presidente APID da lungo tempo impegnata nello studio della relazione di genere, e da Giacomo Grifoni, Psicologo, Psicoterapeuta, Socio fondatore del Centro Ascolto Maltrattanti di Firenze, esperto di tematiche inerenti la prevenzione e il contrasto della Violenza di Genere.
La Giornata si concluderà con la presentazione di “I Signori del Silenzio”, ultimo romanzo di Giacomo Grifoni (Lilit Books). Durante la serata saranno letti testi, oltre che di Giacomo Grifoni, anche di Eve Ensler e di Anna Maria Bernieri, Scrittrice e Poeta impegnata nei diritti delle donne, recentemente scomparsa, cui dedichiamo questa iniziativa.
“C’è un prezzo da pagare per raggiungere Eram.
C’è qualcosa di scuro che preme e vuole trovare la voce”.
G.G.

mercoledì 16 gennaio 2019

Psicologia, Scrittura, Contrasto alla Violenza sulle Donne. Intervista a Giacomo Grifoni

di Simonetta Ottone • Ho conosciuto Giacomo Grifoni nell'ambito del Convegno APID 2018, incentrato sul tema della Violenza, che caldeggiai personalmente nel Consiglio Direttivo di cui facevo parte.

Mi colpì la semplicità in cui, da uomo e professionista, trattava tematiche complesse con la naturalezza di chi è abituato ad analizzare le relazioni in un’ottica di genere, nelle asimmetrie di potere tra donne e uomini. Argomenti spesso appannaggio delle donne che lavorano per i diritti delle donne. Trovai straordinariamente potente la sua testimonianza a stretto contatto con “l’altra parte del cielo”: quella parte che ha grande difficoltà a parlare ed a trattare le dinamiche culturali del comportamento abusante di cui spesso si rende protagonista. In questa riflessione, infatti, gli uomini comuni sembrano i grandi assenti, come se la cosa di cui sono causa nemmeno li riguardasse, e il mondo della psicologia e della psicanalisi sembra a volte più centrato sulla persona che sul fenomeno. 
Giacomo tratta l’argomento in modo circostanziato e diretto, senza nascondersi dietro a inutili paroloni ad effetto, senza vanità o complessi di superiorità rispetto a chi lo ascolta. I rimandi teorici sono sempre inquadrati in risvolti applicativi, al di fuori da intellettualismi speculativi.
Come capita a me, nella mia attività professionale, utilizza la scrittura come mezzo di elaborazione e di sensibilizzazione culturale; scrive saggi, ma anche romanzi incentrati sul tema, rendendo possibile la diffusione di storie belle e necessarie. Brevi note su Giacomo Grifoni
Psicologo psicoterapeuta, socio fondatore Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze, scrittore. Autore del saggio L’uomo maltrattante. Dall’accoglienza all’intervento con l’autore di violenza domestica, Franco Angeli 2016. Autore dei due romanzi La casa dalle nuvole dentro, Amicolibro 2017; I Signori del Silenzio, Lilit books 2018.

Di seguito le domande che ho pensato di porgli per Politica Femminile.
1 - Giacomo, da dove nasce la tua esperienza?  
Sono psicologo e da qualche anno scrivo narrativa. In realtà scrittore lo sono sempre stato, ma in gran segreto e con una specie di freno che mi ha a lungo impedito di uscire allo scoperto. Come per la produzione di tutte le opere artistiche, anche la pubblicazione di narrativa ha bisogno di un grande coraggio, che consiste nell’esposizione di un puro prodotto della propria fantasia. Più che la paura dell’insuccesso o della critica, c’è in gioco, credo, il sentimento della vergogna, che non puoi gestire se non hai raggiunto un certo equilibrio interno e non sei venuto a patti con le tue paure e i tuoi narcisismi.

Cosa ti lascia l’esperienza di socio fondatore del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti? 
Ha significato e significa molto, non solo dal punto di vista professionale. Mi ha aiutato a riconoscere meccanismi e fenomeni di cui non ero per niente consapevole, fuori e dentro di me. Incontrare la violenza significa rivisitare un universo di stereotipi e rivedere la propria vita attraverso quella lente di ingrandimento. Dal punto di vista personale, l’esperienza al Centro mi ha sicuramente indicato un nuovo modello maschile tramite il quale esprimere aspetti intimi della mia creatività ed uscire così dalla logica della performance e dell’investimento di energie esclusivamente sulla parte “cognitiva”. Per me scrivere vuol dire generare creature simboliche, innanzitutto. Se poi queste creature cresceranno nel mondo in cui le ho partorite, non dipende solo da me.  
Chi sono le persone che hanno ispirato il tuo percorso? 
Il mio professore di filosofia al Liceo molti anni fa, che non smetterò mai di ringraziare. Alcuni incontri accademici felici, che mi hanno sollecitato ad andare in the deep, come dice Riccardo, uno dei personaggi del mio ultimo romanzo, suggerendomi che per imparare la psicologia dovevo leggere romanzi e guardare film oltre che studiare i manuali. Pochi amici cari, mia moglie Cristina e i miei figli Davide e Gabriele. Una menzione speciale merita mio fratello Francesco, attore, che ha curato in modo straordinario i booktrailer dei miei due romanzi La casa dalle nuvole dentro (ed Amicolibro) e I Signori del Silenzio (ed Lilitbooks) e con cui è iniziata una vera e propria collaborazione, con la finalità di creare un’unione tra letteratura e immagine. 

Riteniamo che questa sintesi sia molto feconda e portatrice di messaggi universali attraverso l’uso di differenti linguaggi e apra prospettive interessanti in termini di prevenzione e sensibilizzazione culturale su temi difficili come ad esempio la violenza. Questa esperienza è maturata e ci ha portato a vincere con il booktrailer I Signori del Silenzio il primo premio dell’edizione Booktrailer Premium 2018, Cinemaelibri on the road. Una grande soddisfazione che ci spinge a proseguire su questa strada. Continuando a rispondere alla tua domanda, imparo moltissimo ogni giorno da chi crede nel potere della fantasia. Da chi non si imbarazza nel dare voce a un proprio talento. Sono affascinato dai personaggi che sanno contaminare con un linguaggio affettivo il proprio lavoro, qualsiasi esso sia. Dall’oste creativo al poeta di strada. Dal salumiere al falegname artistico. Sono persone che spesso trasporto in molti passaggi di ciò che scrivo, con un ruolo minore ma molto romantico e appassionato. Ne sono attratto come una calamita e ritengo siano portatrici di una cultura verace e genuina. Amo stare in mezzo a loro mentre invece ho un po’ più difficoltà a frequentare contesti diciamo così, più “correct”. 

Cosa ritieni necessario per una generale evoluzione della relazione di genere? Come mai gli uomini spesso non hanno la stessa spinta emancipativa delle donne nelle relazioni e nel rapporto con la società? 
Domanda complessa. Vado con qualche idea a ruota libera. Abbiamo bisogno di formazione. Educazione al bello. Occasioni di ritrovo innovative. Laboratori. Ma in generale, di un ripensamento globale delle impalcature formali e informali della nostra società. Il maltrattamento a mio avviso è un effetto di molte questioni condensate in una. Il permanere di una mentalità patriarcale ma non solo. L’asfissia dei codici culturali a disposizione, per lo più binari, fondati sul “sei dentro” o “sei fuori”, anche in luoghi che dovrebbero generare apertura e capacità di restare in dialogo nell’incertezza. Permettimi a questo proposito una riflessione generale. Credo che viviamo nell’epoca della paura dell’altro in tutte le sue forme e la paura è spesso alla base della violenza. Quindi siamo tutti esposti al rischio di agirla o subirla. Riteniamo di aver fatto molti passi in avanti in termini di solidarietà e incontro tra le differenze. Se questo è vero in certi settori, in molti altri casi, soprattutto quando tocchiamo temi caldi dal punto di vista sociale o complessi come quelli dell’educazione o della violenza stessa, la cronaca ci dice che le cose non stanno esattamente così. La crisi economica dell’ultimo decennio è, se vuoi, solo un lato della faccenda. La crisi ci ha esposti al vero problema che premeva sotto, che è l’ignoranza affettiva. Le nostre risposte sono state molteplici ma molto caotiche. Al momento attuale, dietro all’apparente consapevolezza della necessità di una svolta, percepisco ovunque arroccamenti, anche molto mascherati. Tutti diciamo che dobbiamo cambiare, ma non ci troviamo d’accordo su come. Ciascuno ha la propria ricetta per la felicità o la spiegazione della causa per cui si è infelici. Il risultato è una difesa a priori dei propri “diritti contro” e non dei propri “diritti insieme”. Litighiamo subito, facendo così danni molto più grandi del problema che cerchiamo di risolvere. Tornando alla tua domanda, credo che noi uomini partecipiamo a questa eclissi generale di senso e di condivisione di un obiettivo comune quanto e come le donne, ma con una fatica in più. Quella di avere una forte disabitudine a trattare i sentimenti. La violenza è la punta dell’iceberg. Sotto ci può stare di tutto. Disorientamento, perplessità, fragilità personali. Dovremmo creare movimenti molteplici di gestione al maschile dei sentimenti, che sono altra cosa rispetto alle emozioni. Accompagnare gli uomini nel capire che senza la violenza anche loro possono stare meglio e sono più liberi. 

Cos'è per te la Scrittura?  
Molte cose insieme. Uno sfogo. Una necessità. Un esperimento. Un vero e proprio lavoro. Un test per capire chi mi vuole bene. Credo che un romanzo sia una produzione artistica scomoda. Molte persone che incontro non sanno bene come interpretarla. È il tuo hobby preferito? Il tuo nuovo passatempo? Un gioco? Affatto. Non si passa il tempo libero scrivendo. Proprio il contrario. La scrittura va alla continua ricerca del tempo. Penso che in Italia soprattutto ci sia difficoltà a percepire lo sforzo che sta dietro alla costruzione della narrativa di un certo tipo, e indipendentemente dal giudizio positivo o negativo su un’opera, l’impegno degli scrittori dovrebbe essere maggiormente riconosciuto, in tutta la filiera che segue la pubblicazione di un testo. 

Quali sono le autrici e gli autori che hanno lasciato il segno? 
Sono stato un lettore prolifico e disordinato. Ho letto molto, soprattutto in passato. Spesso sul mio comodino ho tenuto aperti quattro, cinque romanzi contemporaneamente. Molti non li ho finiti, ma sono lo stesso legato a loro. Mi hanno dato comunque qualcosa. Credo nella lettura episodica, puntiforme. Ad esempio, quella che consiste nell’aprire a caso un romanzo e leggerne mezza pagina. Una lettura non diacronica a volte stimola il cervello destro, aiuta a farse sintesi e ad associare di più.  Riguardo agli autori che hanno lasciato il segno, la lista è infinita. Dai grandi classici russi e francesi a Saramago. Tra gli ultimi cito Lispector, Bunker, DeLillo e McCarty. I romanzi gotici. Pavese. La letteratura horror americana. Un posto particolare occupa la musica, di cui sono anche modesto compositore, ma qui il discorso è molto più indietro rispetto alla narrativa. Chissà un giorno… Sono un fan accanito dei Cure e di tutto il movimento della new wave, per la carica rivoluzionaria che ha avuto negli anni ottanta rispetto al modo di fare musica. Ultimamente non riesco più di tanto a leggere, forse perché ascolto tante storie nel mio lavoro. L’ascolto, quello clinico intendo, a mio avviso attiva canali simili a quelli della lettura. Bisogna creare ponti, connessioni, rielaborazioni continue della trama di una vita.  

L’ultimo tuo romanzo I Signori del Silenzio sembra avere una tensione costante tra la memoria, le persone, il mondo desiderato e quello che ci ritroviamo davanti. Ce ne puoi parlare? 
I Signori del Silenzio nasce come figlio di La casa dalle nuvole dentro, che raccontava la storia di un uomo violento con la moglie e del suo percorso di cambiamento. Lo sforzo che ho fatto è quello di affrontare alcune tematiche come il malessere giovanile e le problematiche familiari e sociali connesse alla violenza attraverso una prospettiva più corale. Ne I Signori del Silenzio parlo delle trappole del silenzio e della negazione che attanaglia molte famiglie. Mi rivolgo al mondo dei giovani e al tentativo adolescenziale di comunicarci qualcosa in un codice che spesso non riusciamo o non vogliamo cogliere. Credo di aver prodotto un lavoro a più stili, sperimentale. Ci sono testi e sottotesti che si incrociano e da un punto di vista della costruzione è stato molto stimolante comporlo. Sono partito dall’idea di far scrivere al protagonista Martino, un ragazzo di sedici anni, un racconto ambientato in un mondo distopico dove i Signori un giorno stabiliscono che non si può più parlare e la gente va sottoterra per farlo. Entrando nella sua famiglia sbilenca, e seguendo le paure dei suoi genitori, forse si riuscirà a capire qualcosa di più del perché si è messo in testa di scrivere questo racconto. Probabilmente I Signori del Silenzio è un’opera più pessimista del primo romanzo, anche se credo che il mondo desiderato, come tu dici, faccia capolino lo stesso e possa diventare qualcosa di più che una semplice utopia.
Prossimi appuntamenti? 
La scrittura del terzo romanzo! Spero alcune nuove presentazioni, anche se sai, quando pubblico un libro è come se subito dopo me ne disinteressassi. Lascio fare a lui. Ovvio che gioisca per i suoi meriti e soffra per le critiche che riceve e rimanga male per l’indifferenza con cui viene accolto, ma ho una grossa resistenza a parlarne, almeno nei termini convenzionali del concetto di “presentazione”. Vorrei lo facessero gli altri, quello sì. Se vuoi far restare male uno scrittore, non devi tanto dire “brutto” a ciò che produce; piuttosto, evita accuratamente l’argomento quando sei con lui, e farai centro. Nel 2019 poi ho in ponte diverse partecipazioni a convegni e ad esperienze formative interessanti come ad esempio quella che faremo insieme a Livorno il nove febbraio, rivolta a danzaterapeute in formazione e finalizzata a riflettere sul “linguaggio del rispetto” attraverso un’ottica integrata e una metodologia innovativa. Nel corso della serata seguirà, sempre a Livorno, la presentazione de I Signori del Silenzio. Mi immagino sarà una giornata faticosa ma molto arricchente. Penso, in conclusione, che arte e scienza debbano fondersi e creare un nuovo linguaggio. L’educazione sentimentale ha bisogno di canali non saturi e credo che le vere alternative alla violenza si trasmettano attraverso proprio una sperimentazione intelligente, non ingenua, e creativa. Appena hai un appuntamento dove pensi sia possibile occuparsi di questo, chiamami e cercherò di essere presente!

Giacomo Grifoni sarà a Livorno (Centro DanzArte,Via Ricasoli 103, promosso da Associazione Compagnia DanzArte) il 9 e 10 febbraio 2019 per “Gesti e Parole. Apprendere e trasmettere il linguaggio del rispetto". Workshop riconosciuto Formazione Permanente APID, in co-docenza con Simonetta Ottone. Inoltre, sempre a Livorno, Sabato 9 febbraio 2019 ci sarà anche la presentazione de “I Signori del Silenzio” (LilitBooks) di Giacomo Grifoni, moderato da Simonetta Ottone. Iniziativa nell'ambito di One Billion Rising 2019, Movimento V – DAY.

sabato 21 luglio 2018

Consiglio Superiore della Magistratura #tuttimaschi: lettera al presidente Mattarella

Dopo una lunghissima storia di esclusioni basate sulle motivazioni più risibili, dal 1996 le donne hanno cominciato a crescere costantemente in Magistratura, sbaragliando i colleghi maschi nei concorsi, fino a raggiungere una maggioranza più o meno stabile (che nel 2013 è giunta addirittura al 63%!). Questo nonostante ostacoli quali molestie e intimidazioni (e contro le concorsiste addirittura da parte delle stesse forze dell’ordine), che sono vere proprie violenze, mai registrate nei confronti degli uomini.
E benché siano in altissima presenza numerica, ai vertici le donne non hanno mai attinto nemmeno al 20%; la loro esclusione dal Consiglio Superiore della Magistratura è ancora più eclatante: le presenze femminili oscillavano dal 4% all’8%, e poi dall'8 al 16% (arrivando a quattro). Quest'anno il segnale di regresso non giunge tanto dal numero complessivo delle donne elette (che restano la solita minoranza), ma dal preciso segnale politico inviato dall'attuale aula parlamentare, in cui pure le donne numericamente non mancano; ma a quanto pare non vi ha voce nessuna spinta paritaria. il lumicino delle battaglie per la parità si è spento: a proposito di cambiamento potremo vantare anche questo traguardo. Fra gli eletti dai parlamentari per il CSM si contano  zero donne, è #tuttimaschi.  
Eppure i dati (facciamo qui riferimento a quelli disponibili dal 2007 al 2013) dicono che le donne sotto procedimento disciplinare sono di gran lunga meno degli uomini (30% contro il primato maschile del 70%). Anche sui tempi di deposito delle sentenze le magistrate sono in netto vantaggio sui colleghi maschi, in quanto i loro ritardi sono di molto inferiori. Di molto inferiore, rispetto ai maschi, è infine anche il numero di magistrate con incarichi universitari incompatibili con la mole di lavoro che devono già svolgere; e che come tali andrebbero banditi. 
D’altro lato si devono proprio alle donne diverse sentenze che costituiscono un progresso nei diritti per tutti; elemento che, anziché essere loro riconosciuto come positivo, è (ovviamente) fra le prime ragioni della loro esclusione
Vi ricordate di Gabriella Luccioli? Magistrata di prim’ordine, dall'indiscusso profilo professionale, anche superiore ai concorrenti maschi, in Cassazione dal 1988 e candidata nel 2013 alla carica di Primo Presidente di Cassazione, aveva tutti i titoli per essere eletta e per rompere la paradossale regola dei soli maschi dove si decide. 
Ma le fu fatale (questa fu precisamente la motivazione!) proprio l’aver sancito il progresso di diritti che danno fastidio alle forze più retrive: dalla sentenza Englaro  a quella che apri alle adozione da parte di coppie gay, a quella in difesa dei bambini contesi
L’assenza di meccanismi che mettano fine a questi soprusi viola gli art. 3 e 51 della Costituzione; e i diritti delle donne (e non parliamo di quelli dei bambini), sono quelli della maggioranza della popolazione, come possono venire rispettati se ai vertici il criterio di giudizio è solo maschile?
Il CSM è l’organo di auto-governo che decide su nomine dei giudici, promozioni, trasferimenti, sanzioni; un punto nevralgico da cui le donne si vedono, oggi, ancora più espulse. Per questo la lettera di ADMI al Presidente della Repubblica giunge quanto mai opportuna, e invitiamo tutte le donne a sostenerla e a darle la massima diffusione.






Come giustamente scrive oggi Antonio Rotelli per il Manifesto: 
chi sceglie i magistrati a cui affidare gli incarichi direttivi? Il Consiglio superiore della magistratura! Non mi pare possa negarsi che la composizione di genere abbia un impatto a mio avviso determinante su queste scelte. È la storia del potere (maschile) che tende a conservarsi e rigenerarsi. La stessa cosa vale per gli uffici a giurisdizione o di competenza nazionale, dove le donne sono solo il 33% (tutti i dati dell'Ufficio statistico del Csm aggiornati a luglio del 2017). 

Il Parlamento aveva il dovere di scegliere alcune tra le tantissime professioniste che hanno i requisiti per diventare componenti del Csm. 
Anche in questo caso, i numeri fanno la differenza: le avvocate italiane, anche se di poco, sono più numerose dei colleghi maschi, mentre nel mondo accademico sono donne il 52% dei dottori di ricerca, il 48% dei ricercatori, il 37% dei professori associati, il 22% degli ordinari (dati al 31 dicembre 2016). Il basso numero delle ordinarie è l'emblema del potere maschile, che nelle università si conserva con grande maestria. 
Ma proprio per questo, in quel 22% andavano scelte quelle giuriste - e ce ne sono tante - che molto lustro avrebbero potuto dare al Csm. 

Eppure. Il Parlamento sotto questo governo del cambiamento ha cambiato: in peggio.