di Simona Volpi • Statistiche alla mano, che in Italia la carriera non sia donna appare come una verità consolidata. Anche là dove hanno la fortuna di avere un lavoro in cui fare carriera, difficilmente le donne raggiungono i vertici aziendali; fatto su cui potete trovare qui un approfondimento veramente interessante.
Anche conseguire un semplice avanzamento di carriera è molto arduo; tra
i tanti "ostacoli" c'è in primis il carico della gestione familiare, ma anche
la scarsa grinta che le donne possono dimostrare quando si rendono
conto di essere in un ambiente lavorativo dove le carriere femminili
sono quasi totalmente assenti.
Ovviamente
tutto a differenza dei colleghi uomini. Vero che la nuova riforma del
lavoro operata con il Jobs Act ha fatto un importante passo avanti
inserendo - in via sperimentale per il 2015 - interventi sulla
Conciliazione vita-lavoro, come ad esempio l'estensione del Congedo
di paternità anche ai lavoratori non dipendenti, l'estensione dei
Congedi parentali che vengono estesi fino ai 12 anni del figlio
(prima era fino agli 8 anni) e retribuita al 30% fino ai 6 anni
(prima era fino ai 3 anni) e inoltre la possibilità di frazionamento
giornaliero e orario del congedo parentale. Interventi che peraltro riguardano solo il periodo iniziale di gestione familiare, in cui i
figli sono ancora piccoli. Ma tutto ciò non ha nessuna valenza ai
fini di incentivare la donna a fare carriera e/o a far fare carriera
alla donna.
Il
problema è il modello lavorativo che ancora prevale, molto rigido nelle
dinamiche interne, dagli orari di lavoro alle continue trasferte richieste ai manager, ma anche a uno stile di leadership
tipicamente maschile, che spesso richiede prese di posizione
drastiche, accentratrici e senza condivisione con i
collaboratori.
Modelli lavorativi impositivi e non condivisi contribuiscono a sbarrare la strada alle donne che, seppur competenti,
non possono permettersi di tralasciare la gestione familiare troppo a
lungo oppure tendono a uno stile di leadership più diversificato, se non naturalmente
diverso.
Le
aziende da sole difficilmente cambiano, servono allora interventi
propositivi "esterni" all'azienda [come quelli proposti anche dal Jobs Act], che rendano chiaro come piani di carriera aziendali
nel rispetto effettivo e concreto delle Pari Opportunità possano
giovare grandemente a tutta l'azienda.
Esempi positivi giungono da diversi Paesi europei, fra i quali la Germania, dove nessuno
si sorprende se una giovane donna occupa ruoli di responsabilità,
mentre in Italia il management le ostacolerebbe la carriera solo
perchè si pensa che a breve avrà una famiglia e non potrà più tenere i ritmi… Si ma quali? quelli della mentalità retrograda e obsoleta che ancora impera nelle nostre aziende, appunto.
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