lunedì 3 luglio 2017

Le Ragazze del COLAP: intervista a Emiliana Alessandrucci

di Simonetta Ottone • “La mia missione è mettere a disposizione degli altri competenze, capacità, un cervello, due orecchie”. Si apre così la pagina Facebook di Emiliana Alessandrucci, riconfermata recentemente nel mandato di Presidente del COLAP (Coordinamento Libere Associazioni Professionali).
E’ una ragazza grintosa, Emiliana; parla in modo veloce, è capace di spiegare chiaramente passaggi tortuosi sulla gestione del Lavoro Autonomo; è instancabile, energica e a volte simpaticamente “spiccia”, come sa fare chi ha il suo accento, bonario e pungente.
Donna, in un mondo difficile, quello delle Professioni non ordinistiche, dove la politica la devi gestire fin dal primo mattino, per difenderti.

Donna a  capo dell’esercito di Partite Iva in Italia, circa 3,5 milioni di lavoratori, 4% del PIL nazionale, pari all 14% di occupati, soprattutto donne e giovani.
Non si tira indietro Emiliana, e quando c’è da “dare una sveglia” alla solita politica pensata per un mondo di posizioni di rendita e privilegi, vecchio e fallimentare, lei parla, veloce e chiara, non scende a patti e esce come una voce libera e vera, anche all’interno del più duro confronto politico e televisivo.
La incontro a Roma, e le faccio qualche domanda:
-          Quali sono i temi importanti da affrontare nei prossimi anni?
-          Il programma di questi prossimi quattro anni lo costruiremo insieme alla nuova squadra del direttivo e a tutti i nostri Professionisti, ma lo faremo con la certezza che non si possono arrestare i cambiamenti evolutivi dell’economia, del lavoro, delle professioni, proveremo a dominarli.
-          I nostri Professionisti sono da sempre favorevoli ad un mercato che innova, che compete, che abbandona modelli superati ed è alla ricerca costante di nuovi obiettivi. La parola d’ordine dei prossimi mesi (forse durerà anni) sarà SPRINT, Stabilità, Professionalità, Riconoscibilità, INnovazione, Tenacia.
Stabilità:. Dobbiamo tornare alla stabilità affinché migliorino le condizioni di vita delle persone e si torni a sperare e a realizzare i propri progetti professionali
Professionalità:  E’ il momento di superare “il lavoro de-meritato” per arrivare a quello professionale fondato su capacità e conoscenze.
Riconoscibilità: il professionista che investe sulle proprie competenze deve essere riconoscibile ed il suo percorso formativo, le sue esperienze professionali e le competenze sviluppate e messe in campo devono essere identificabili..
INovazione : le classi dirigenti delle associazioni professionali e delle forme aggregative, come il CoLAP, devono essere in grado di promuovere innovazione attraverso lo sviluppo di competenze, idee, progetti nuovi.  Ma l’innovazione deve anche essere lo spirito con il quale si muovono le iniziative politiche, quando si parla di professioni si deve pensare “nuovo” abbandonando la cattiva abitudine di riciclare modelli vecchi e fallimentari (che già non funzinano per i mondi per i quali sono stati inventati).
Tenacia: per navigar in questi mari ce ne vuole molta e noi ne abbiamo in abbondanza, è stata la compagna più fedele e più utile anche in mezzo alle tempeste più minacciose.

-          Riguardo al Lavoro Autonomo, che attenzione riceve da parte del legislatore e della politica attuale?
Il CoLAP si è sempre mosso per l’esclusivo bene dei propri associati e dei loro clienti, abbiamo certo firmato compromessi, come il testo di legge sul lavoro autonomo dello scorso maggio, ma sempre coerenti con i nostri obiettivi, e soprattutto con i nostri Valori, non abbiamo svenduto sedie, né moltiplicato finti incarichi, abbiamo allargato la partecipazione a chi era spinto dai nostri stessi ideali e dalle nostre stesse volontà. Questo ci ha permesso di divenire un interlocutore serio e affidabile, non certo docile, ma fedele ai propri soci e alla nostra missione. Oggi il CoLAP è autorevole, forte e organizzato siamo pronti quindi ad affrontare il futuro e le sfide che esso ci proporrà.

-          Nell’atmosfera riformistica che anima parte dei parlamentari, che rapporto va delineandosi tra il mondo rappresentato dal “pubblico” e statale, e quello privato rappresentato dalla libera iniziativa personale e lavorativa dei cittadini?
-          Tra gli obiettivi strategici di questo mio mandato abbiamo l’affrancamento dall’esclusività di rappresentanza del lavoratore autonomo, i nostri professionisti sono sì autonomi, ma anche dipendenti, soci di cooperativa, piccoli imprenditori, collaboratori etc. Dobbiamo pertanto rafforzare tutte le aree della nostra rappresentanza, su questo lavoreremo da subito per recuperare eventuale tempo e terreno perso.

-          Nel Suo discorso di insediamento, parla della bella storia di Pirandello “Ciaula scopre la luna”. Che cultura dell’innovazione si intende, quando il lavoro umano al di fuori di rapporti contrattuali tradizionali, viene a perdere la valenza di dignità e diritto, sancito dalla nostra Costituzione stessa? In questo senso, qual è la missione più forte del Colap in questo momento?
-          In questi anni abbiamo vissuto un’Italia che cambia, una politica che muta, un’innovazione silente nella partecipazione che è poi esplosa, un mercato del lavoro che ha in parte ucciso il lavoro e in parte ne ha inventato di nuovo, e tutto questo è stato condito da una forte incertezza e dalla paura. La paura di trovarci a fare i conti con il cambiamento, che ci chiede necessariamente di lasciare qualcosa di noto per qualcosa di più grande ma ignoto. Ciaula scopre la luna “di Pirandello”, guarda bene dentro quella miniera buia, fredda, ostile, ma che amava più del mondo fuori, perché solo lì si sentiva sicuro. Poi Ciaula un po’ spinto dagli eventi e un po’ spinto dalla fatica esce fuori e scopre la luna, un mondo nuovo da cui si sente affascinato da subito; ci sono voluti anni e molto coraggio, ma Ciaula è riuscito a liberarsi del peso della sua paura per scoprire la bellezza dell’ignoto e la luce che il cambiamento porta con sé. Noi professionisti del CoLAP, aiuteremo Ciaula ad abbandonare modelli consolidati e superati per navigare verso nuove opportunità, nuovi riferimenti che in maniera più consona rispondono alle esigenze del momento; questo chiediamo alla politica, alle istituzioni, ma anche ai sindacati:”usciamo da modelli arcaici e pensiamo a tutele e competitività facendo riferimento a questo nuovo mercato del lavoro”.

-          Riguardo alle donne, che rappresentano una grande parte dei professionisti rappresentati dal Colap, cosa c’è in progetto di fare per sostenerle in un mercato del lavoro italiano così penalizzante per loro?
-          Abbiamo lottato e ottenuto anche nel testo sul jobs Act del lavoro autonomo, appena licenziato, alcune tutele specifiche per le donne, come lindennità senza astensione, introduzione dell’indennità per congedo parentale di sei mesi da usufruire entro i primi tre anni di vita del bambino, con possibilità di usufruire di una sostituzione temporanea da parte di un collega di fiducia che abbia le stesse competenze. Bene la parte sulle nuove tutele per la maternità, poco convincente il congedo parentale, per le lavoratrici autonome è impensabile stare a casa per un lungo periodo così come avviene per le lavoratrici dipendenti: il cliente non ci aspetta. Ma crediamo fortemente che le donne che scelgono di lavorare autonomamente, debbano essere ancor di più messe in condizione di poter lavorare, per non dover mai scegliere tra lavoro e famiglia, quindi lottiamo per il concetto di genitorialità che si deve sostituire a quello di maternità, poiché sulle donne ancora troppo spesso grava il peso della cura familiare (figli, genitori…). Le Istituzioni devono aiutare queste professioniste, non importando modelli peraltro poco efficaci del lavoro dipendente, ma cercando di “calare” riforme e tutele specifiche per chi deve e vuole continuare a lavorare, anche dopo aver avuto un figlio. Bisogna avere il tempo di prendersi cura dell’altro, ma anche il tempo di “curare” i propri interessi e clienti, che non aspettano purtroppo le pause lavorative, seppur legittime.

-          Spesso parla della Sua squadra di lavoro fortemente al femminile, come “le ragazze del Colap”. Riguardo alla capacità di “mettersi al servizio”, in cosa differiscono le donne?
-          Lo scorso anno, la squadra femminile del CoLAP, è stata premiata al Campidoglio, con il premio “Family Friendly”, con la seguente motivazione: “Premiamo l’aver costruito un’organizzazione family friendly, che ha fornito un’opportunità a chi dopo la nascita dei figli avuta aveva dovuto rinunciare al lavoro. La scelta del part time con differente carico a seconda dei ruoli; l’organizzazione del lavoro che consente di operare alcune funzioni non necessariamente in sede; l’aver attrezzato uno spazio per ospitare i figli in caso di necessità, sono state scelte oculate che pur non implicando un particolare investimento economico hanno una grande rilevanza per consentire una concreta armonizzazione tra lavoro e vita familiare”. Il CoLAP anche se tutti lo chiamano la CoLAP, proprio perché risalta la nostra totale componente femminile, è una piccola organizzazione con una forma associativa, composta da 5 donne, tutte part-time e tutte con esigenze di cura (diverse) presenti e a volte pressanti nella nostra vita”. Organizziamo e proponiamo incontri, in orari conciliativi e quelle volte che organizziamo in sede eventi pomeridiani o serali ritagliamo uno spazio strutturato per bambini, questo permette a tutti di partecipare serenamente. Ciò è stato reso possibile perché io ci credo ma anche perché nel mio direttivo metà dei consiglieri sono donne; l’auspicio è che un giorno questo tema sia ugualmente sentito da un consesso di soli uomini”.
Penso che una delle capacità predominanti delle donne, sul lavoro, sia quella di essere affidabile e flessibile, giocando su più ruoli diversi, senza per questo venir meno alle proprie responsabilità.


giovedì 8 giugno 2017

Il Movimento che plasma lo Spazio

di Simonetta Ottone • Pina non ha bisogno di presentazioni.

Gaia Seghieri, Architetta, è una donna che si è misurata con un ambiente di lavoro fortemente caratterizzato dal modus operandi maschile, e ha cercato di mantenere tuttavia una visione artistica e personale. Gaia ama la danza come espressione in movimento dellarchitettura umana, al servizio di unidea di centralità del rapporto tra uomo e spazio. Gaia entra nel vivo, e parla di lei, di Pina Bausch e del suo rapporto con lo spazio.
Nel 2011 Wim Wenders ha voluto rendere omaggio ad una delle più importanti coreografe, e danzatrici contemporanee: Pina Bausch (Solingen, Germania, 27 luglio 1940 – Wuppertal, Germania, 30 giugno 2009), attraverso un film/documentario che ho avuto occasione di vedere poco tempo fa.


Al termine del film mi sentivo molto nutrita, e completa, sensazione che provo ogni qualvolta vedo, sento o tocco un qualcosa che ha lasciato un piccolo seme di cambiamento dentro di me, può essere un opera d'arte, una canzone, un testo letterario, un paesaggio, un gesto, uno sguardo.
Una delle cose che mi hanno più colpito del film, oltre alla bravura dei danzatori, sono stati l'architettura ed il paesaggio affrontati in modo così diverso da Pina, in modo così non convenzionale. Mi sono sempre interessata alla danza, e per alcuni anni ho partecipato a corsi di teatro danza, ma per me questa passione era un qualcosa che si limitava allo spazio teatrale, ed anche nel momento in cui poteva uscire fuori dal teatro, nella mia mente, questa disciplina, rimaneva inclusa in una bolla protettiva, che non aveva niente a che fare con la vita ordinaria.
Ed invece non è così, la danza ed il movimento creano lo spazio, un piccolo movimento del danzatore trasmette una vibrazione diversa della materia di cui lo spazio è costituito.

Pina faceva muovere i suoi danzatori negli spazi urbani e periferici della cittadina tedesca di Wuppertal, dove ha ancora sede la sua compagnia di teatro-danza, e qui ogni angolo veniva riutilizzato per creare una relazione di armonia tra la danza e gli edifici, tra il movimento ed i mezzi urbani, tra il corpo umano ed i materiali che compongono i palazzi e le strade, investendo di una nuova luminosità luoghi, dove di luce ce ne è piuttosto poca, o dove la neutralità degli spazi e dei colori non rimanda di certo ad ambienti solari e calorosi. Ma il movimento ideato da Pina trasforma lo spazio urbano, generando quadri dinamici, immagini che ci riportano ad un uso diverso, e sicuramente onirico del luogo, dello spazio, della città.
Tanti sono gli spunti di questa opera densa che è il film: un vero atto damore di Wenders per larte di Pina Bausch. Un uomo che interloquisce con una scala mobile, nel centro cittadino, disegnando cerchi danzanti nell'aria, seguendo con i piedi il movimento continuo dei gradini rotanti, proiettando un'immagine poetica che si allontana dalla visione grigia, smorta, e fissa di una semplice scala mobile.
Quattro sedie ed un tavolo posizionati lungo un torrente, in un bosco al di fuori della città, dove una donna seminuda abbraccia un tavolo di vetro, nell'atto di avere un ultimo momento di intimità. Nella Schwebebahn, la tipica ferrovia monorotaia sospesa a 8 metri da terra e a 13 metri dal fiume Wupper, una ballerina in abito da sera entra in uno dei vagoni, ed inscena, attraverso rumori e movimenti meccanici, una dolce lotta con il suo cuscino, che alla fine sistemerà su di una seduta; nessuna delle persone presenti all'interno del vagone la guarda, come se non esistesse, proprio come in un sogno.
Danzatori in abiti da sera, uno dietro l'altro in fila indiana, percorrono lo spazio urbano della città, scrivendo con i gesti le quattro stagioni, sotto un raro sole tedesco, trasmettendo un atmosfera dolce e  serena. Lo spazio di una piscina coperta viene rivisto, e rimodellato dalla danza sensuale e iniziatica di una giovane danzatrice: attraverso gesti semplici ed amplificati l'ambiente acquista un nuovo significato, e la quotidianità trova la possibilità di essere vissuta in modo totalmente diverso.
Nello stabilimento industriale Zollverein una donna mette carne nelle sue scarpette da ballerina, per poter danzare sulle punte, in un ambiente che trasuda abbandono e trascuratezza, la sua danza catalizza l'attenzione dello spettatore ed i grossi blocchi cementizi, e le tubazioni ferrose si trasformano in un castello, come in una favola.
In un incrocio stradale, sotto la ferrovia sospesa, una coppia di danzatori trasforma l'aiuola urbana in un giardino incantato dove il loro amore nasce, si sviluppa e termina. All'interno di una struttura completamente in vetro, in un bosco dedicato alla mostra di sculture, i danzatori trasformano lo spazio espositivo in un punto di incontro, dove le emozioni esplodono in tutta la loro pienezza. Negli spazi consequenziali di un capannone industriale, due danzatrici, l'una danzando con il pavimento, l'altra gettando terra e sabbia sulla prima, riescono a riempire con la reiterazione dei loro gesti, spazi troppo immensi. In una ex cava, alla periferia della città i danzatori in fila indiana continuano la loro iniziale camminata urbana, proseguendo in un paesaggio lunare e desertico, aggiungendo note di colore ad un paesaggio non più vissuto.
In tutti questi passaggi è come se l'architettura non fosse più fatta di materiale solido, ma riuscisse ad acquisire una nuova sostanza, che insieme alla coreografia traccia una nuova scrittura scenografica, concepisce relazioni tra uomo ed ambiente dove non vi sono, dona la possibilità di avere lampi di luce in aree completamente in ombra, esalta emozioni e sentimenti ordinariamente compressi, dona la facoltà di ispirazione in qualsiasi situazione e luogo.
E donne e uomini riescono finalmente a dialogare".

martedì 25 aprile 2017

Danzare il Simbolo. Quando il ricordo di sé può liberare

di Simonetta Ottone • Una dimensione maschile e femminile, quella della tossicodipendenza.
Uomini che “amoreggiano” con la loro amante, la sostanza, che sa come sedurre loro, farli abbandonare. O donne che trovano in lei la loro “cattiva madre”, che odiano, ma che soprattutto amano, perdonandola e cercandola sempre.
“Sono più forti le donne. Per un figlio riescono anche a chiudere con la roba. Sono più fortunate di noi”, dicono in questi gruppi a prevalenza maschili con cui ho lavorato per anni.
Da quando ho scritto “Danzare il Simbolo. DanzaMovimentoTerapia nel mondo tossicomane”, è successo che questo lavoro  è stato letto da tante persone e ha accompagnato la formazione di numerosi studenti di DanzaMovimentoTerapia, poiché adottato in varie Scuole italiane, che ringrazio.

Utilizzato anche da chi interessato semplicemente alla Relazione di Cura e di Aiuto, molti di Voi mi hanno fatto domande, inviato interviste, o sono passate dai miei incontri.
So che sono state scritte tesi che hanno utilizzato questo testo, come elemento di studio o  addirittura di partenza, sia in Italia che all’estero.
Me ne rallegro molto.
Mi auguro che metterlo nuovamente a disposizione possa contribuire a diffondere un’informazione corretta riguardo una disciplina così completa, come è la DanzaMovimentoTerapia applicata a un ambito tanto complesso quale è della tossicodipendenza.
Nel frattempo, nuove e sconosciute dipendenze maturano e ci chiedono di continuare a cercare.
Danzare il simbolo è stato presentato più volte, in particolare in Toscana, anche all’interno di Pisa Book Festival 2012.

Di seguito un breve Abstract:
Terminati i primi anni di lavoro come Danzamovimentoterapeuta, ripercorrendo a ritroso l’esperienza sul campo dei miei interventi, ho capito che forse il settore con cui mi son dovuta misurare più duramente, era quello della tossicodipendenza.
Elemento fondamentale del mio percorso, interagire con il mondo tossicomane mi ha costretta a rielaborare immediatamente ogni stimolo proveniente dalla mia formazione ma soprattutto dalla mia vita di danzatrice, tersicorea delle incertezze, tra ricerca di radici e nomadismo, in particolare di paesaggi umani.
Da un’esperienza tanto forte nasce “Danzare il Simbolo”, nasce questo libro scritto quasi da sé, come fosse stato “in pelle” per anni, aggiungendo ogni giorno, ad ogni incontro,  qualche parola prima impensabile.
Quasi un’umile ed anonima cronaca di guerra, un diario di bordo senza bussola, in acque agitate, profonde e scure.
Bruciante desiderio di condividere un percorso di studio e di lavoro in un campo (l’applicazione della Danza in ambito di tossicodipendenze) forse poco dibattuto e testimoniato: pochi riferimenti, nessuna certezza e  un discreto livello di angoscia nell’addentrarsi in un mondo tanto altero.

Si tratta di un libro semplice, snello ma non privo di spessore intrinseco e di rimandi teorici che odorano di Arte e Scienza, in una sintesi creativa dalle inimmaginabili possibilità applicative.
La Prefazione a cura di Paola De Vera D’Aragona, l’Introduzione di Giorgio Corretti, la Premessa di Enrica Ignesti, sottolineano l’importanza di conoscere a fondo questa disciplina, e la popolazione umana cui è indirizzata.
Il linguaggio di questo libro,  è quello di una danzatrice che si abbandona per la prima volta a un  salto inusuale, inesplorato, che la porta dal movimento alla parola. Ne scaturisce una  parola scarna, immediata, in cui si racchiude lo spazio di un’esperienza toccante come persona e come terapeuta. Vi si immagina di parlare al mondo, in queste pagine, a un caleidoscopio di umanità variegata: gente comune, gente che si vuole dare il diritto di sognare e quindi di sperare, gente impegnata nella relazione di cura, di aiuto, nell’autoconoscenza, gente che crede a ipotesi, punti di vista altri. Una terra di nessuno, il mondo tossicomane. Indifferente e inaccessibile, riesce forse a farsi permeare dal ricordo di un’armonia che la Danza porta in sé, che ogni Uomo, da qualche parte, porta in sé.

giovedì 20 aprile 2017

La strada di Ilaria

di Simonetta Ottone • Il 20 Marzo scorso ricorrevano i 23 anni dall’uccisione di Ilaria Alpi.

Il 10 Aprile scorso ricorrevano i 26 anni dalla tragedia del Moby Prince. 
Mi ricordo quattro anni fa, che insieme al Comune di Collesalvetti lavorammo perché fosse intitolata una strada a Ilaria. E l’attesa degli ultimi anni, in cui della documentazione importante è stata desecratata, ma di fatto non è successo niente.

Ho ritrovato ciò che scrissi per proporre al Comune di dedicare un’intera Giornata a Ilaria, in attesa dei venti anni dall’accaduto: 

Mogadiscio, 20 Marzo1994 - Livorno, 20 Marzo 2014
"Il nostro paese ha bisogno di ricordare, è vero, ma anche di comprendere finalmente le ragioni di quanto accaduto. Accertare la verità e individuare i responsabili deve continuare ad essere una priorità (...)". Pietro Grasso 

Vent'anni di verità omesse, silenziose, striscianti, silenti. Vent'anni in cui, nella nostra democrazia "avanzata", si è uccisa due volte questa storia. Una famiglia che muore, in attesa di una risposta; un paese che vede ancora una volta  naufragare il diritto di sapere.
Lasciare segni, tracce, parole. Questo sembra il senso di alcune vite.

Intitolare una strada a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è un gesto giusto, per una città attenta; è un gesto che i cittadini desiderano: un atto simbolico che restituisce quell'idea di dignità collettiva che questa vicenda, come altre in Italia rimaste oscure, si è portata via. Ma, affinché questo gesto non resti isolato, e che non abbia come solo lascito un nome su una lapide, pensiamo che serva un momento di approfondimento e di condivisione che accompagni un compiuto processo simbolico.  Per questo pensiamo che il Teatro sia lo strumento migliore: lo spettacolo “A Voce Alta” darà l'occasione di assistere a un evento performativo composito nella interazione di diversi linguaggi espressivi che si svolgono dal "vivo", attraverso la presenza, la testimonianza, l'interazione col pubblico. Si tratta di uno spettacolo che gira già dal 2003, per teatri, scuole, centri sociali, manifestazioni, sale consiliari, e che non perde la sua "urgenza", fondata sul rapporto diretto con la realtà che ci circonda.
Il testo teatrale, scaturito in parte da ricerche giornalistiche condotte insieme a Luciano Scalettari (Famiglia Cristiana, Consulente Commissione parlamentare d’inchiesta delitto Alpi – Hrovatin, coautore di “Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici”, Baldini & Castoldi), a ogni replica è stato aggiornato e confrontato, seguendo attentamente gli sviluppi della vicenda.  

Eravamo in quel periodo. Un pomeriggio mi squilla il telefono, rispondo un po’ scocciata che lavoravo sodo per preparare quell'appuntamento, premo il tasto e di là c’era la voce grossa e gentile di Luciana Alpi, la madre di Ilaria. Le spiegai il nostro lavoro e lei si ricordò di quando nel 2002, stavamo scrivendo il testo di “A Voce Alta”, Giorgio ci aveva mandato da studiare un sacco di roba, anche video. E poi approvò il copione che risultò dal nostro lavoro, e lo definì con parole scelte e gratitudine “Bravi ragazzi, il testo è preciso e circostanziato. Bravi.” Luciana si ricorda di quei teatranti toscani, seguiti dal giornalista Scalettari.
Poi arriva il momento di salutarci, e sento nel telefono la voce rotta di Luciana “Vi ringrazio che dopo tanto tempo parlate ancora di Ilaria. Giorgio è morto, lo sapeva? Sono sola.” 

Non venne Luciana a Collesalvetti quel giorno, ma mi arrivò una lettera che mi chiesero di fare avere anche al Comune. Lo feci, e questo comunicato fu letto alle scuole la mattina in cui fu inaugurata la strada di Ilaria a Collesalvetti, e la sera, prima del nostro spettacolo e dell’incontro con Luciano Scalettari.

Questa è la lettera, che teniamo come un invito a continuare a parlare di lei, a danzare la sua forza, la sua libertà, e a farlo A Voce Alta.

Al Sindaco del Comune di Collesalvetti (Livorno)
e alla Associazione Compagnia DanzArte

10 aprile 1991: la tragedia del Moby Prince nel porto di Livorno.

20 marzo 1994: l’esecuzione premedita di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin a Mogadiscio in Somalia.

La giornata dell’11 maggio prossimo con l’intitolazione di una via a Ilaria e lo spettacolo teatrale che andrà in scena è molto importante perché aiuta a non dimenticare, a percorrere un pezzo di storia ancora senza verità, senza giustizia.
Lo farete “a voce alta”  e vi sentiremo anche se non saremo lì con voi.
Grazie per questo impegno: vi esprimo vicinanza, affetto solidarietà.
Lo faccio anche a nome di Luciana, mamma di Ilaria Alpi.

Cara Ilaria,
non sappiamo se ti farà piacere questa
cronistoria di quattro anni di avvenimenti,
di lotta e di inchieste per conoscere la verità
di questo orrendo delitto che ha troncato
la tua gioia di vivere.
……….

Ti chiediamo di capirci.
Per noi questa lotta è ragione di vita, nel
tentativo, forse illusorio, di portare a termine
il tuo impegno. Non sarà facile tratteggiare
questo lungo periodo di speranze, illusioni
e grandi amarezze. Sappi, tesoro, che tante
persone ti hanno tradito, hanno cercato
di rendere difficile ogni ricerca della verità.
Un bacio  
Mamma e papà

(da “l’esecuzione - inchiesta sull’uccisionedi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin; di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer Maurizio Torrealta, Kaos ed. 1998)


Queste parole “scolpite” da Luciana e Giorgio Alpi 15 anni fa ci fanno ancora vibrare: sono cariche di dolore indignazione ma anche di un amore immenso per Ilaria, per la loro unica figlia e per il suo modo di fare giornalismo di cercare sempre la verità e di comunicarla. Vogliono portare avanti il suo impegno convinti già da allora che è proprio per questo  che l’hanno uccisa insieme a Miran: ha fatto e fa ancora paura. Ed è per questo che anche la ricerca della verità sulla sua uccisione è difficile ancora.
Non è più con noi Giorgio: ci ha lasciati domenica 11 luglio 2010. Ma è sempre vicino a Luciana e anche a tutti noi: ci accompagna e ci guida in questa lotta che vogliamo condurre insieme a Luciana fino in fondo.

Come nelle molte tragedie italiane anche qui il corso della giustizia è stato compromesso, gli assassini e chi li copre hanno potuto contare sul fatto che le tracce si possono dissolvere, che alcuni reperti sono scomparsi o non sono più utilizzabili, che molti testimoni hanno mentito non hanno detto tutto ciò che sapevano, altri sono morti in circostanze misteriose, che anche pezzi di Stato hanno lavorato all’accreditamento ufficiale di una falsa versione manipolando fatti reali.

Ma nonostante infiniti tentativi di chiudere questo caso da anni, l'impegno incessante di Giorgio e Luciana Alpi lo hanno tenuto aperto e grazie a loro all’associazione Ilaria Alpi al premio e alle moltissime scuole, istituzioni, migliaia di cittadine e cittadini che sono impegnati il caso è ancora apertissimo. 

Anche per le vittime della tragedia del Moby Prince si sta lavorando ancora perché non tutto quello che si poteva fare è stato fatto.

Siamo ancora qui non ci arrendiamo vogliamo e avremo verità, tutta la verità e giustizia.

Un abbraccio a tutti voi, come noi impegnati per la giustizia, per la verità, per la vita: insieme ce la faremo.

Mariangela Gritta Grainer anche a nome di Luciana Alpi, Presidente associazione Ilaria Alpi, maggio 2013

mercoledì 12 aprile 2017

Ingmard Bartenieff e il suo lungo lavoro nell'ombra

di Simonetta Ottone • Nel mese che celebra la Giornata Mondiale della Danza (29 Aprile, Conseil International de la Danse UNESCO), ci piace ricordare quanto la Danza sia stata, nella storia del Novecento, un modo di riconoscere la centralità della donna nel mondo dell’arte e della cultura. Tuttora, nel mondo della danza in tutte le declinazioni, lavorano e creano tantissime donne. Emblematica, in proposito, è la storia di Ingmard Bartenieff.

Danzatrice, coreografa, fisioterapista, danza terapeuta di nazionalità tedesca, studiò con Rudolf Laban, il cui metodo approfondì ed  estese, fino a crearne uno sviluppo nel sistema denominato Bartenieff Fundamentals.

Il lavoro di Ingmard Bartenieff generò così una nuova visione di possibilità per il movimento umano, e per la Pedagogia stessa del Movimento, trovando e analizzando connessioni originali e aprendo varchi illimitati.
Visse però all’ombra di Rudolf Laban, il Maestro, che dagli studi e dal lavoro dell’allieva trasse infinita longevità. Fondatrice del Laban Institute a New York, cui si dedicò fortemente, solo poco prima di morire Ingmard vide apparire anche il suo nome nella denominazione dell'istituto, che divenne il “Laban/Bartenieff Institute of Movement ofStudies”.

Parlo di tutto questo con Lorella Rapisarda, che ha studiato nell’Istituto newyorkese e che trasmette nel suo lavoro i principi che caratterizzano il sistema Laban/Bartenieff:
Il  Laban/Bartenieff  è la radice su cui baso tutto quello che faccio. Ti dà  voglia di mettersi in gioco e di approfondire concetti importanti.

Sicuramente il nome di Laban è conosciuto molto di più di quello di Bartenieff, nonostante sia lei che, nel proseguirne il lavoro, lo ha arricchito di nuovi approcci e ricerche, e sia stata lei la fondatrice del Laban/Bartenieff Institute of Movement Studies di New York (LIMS).
E' molto più nota negli Stati Uniti dove ha lavorato e sviluppato i Bartenieff Fundamentals attraverso i suoi studi Labaniani, l'esperienza come fisioterapista e danza terapeuta in vari ospedali, teneva anche molte letture e dimostrazioni del lavoro in varie università.
Era una vera pioniera che ha capito l'importanza delle influenze culturali  ed economiche nel nostro modo di muoverci, ha enfatizzato l'importanza delle connessioni interne fisico/emozionali che si riflettono nella nostra espressività e nella nostra abilità di comunicare e agire nel mondo. Ma per quanto fosse esperta nel suo campo, Bartenieff non era incline al marketing, era una persona molto semplice e non aveva relazioni in grado di darle un sostegno importante, tanto che preferì fondare, con  il LIMS, un centro indipendente.
Il Sistema Laban/Bartenieff in Italia viene ovviamente usato come strumento tecnico, per codificare e comprendere meglio lo stato d'animo di una persona e le sue possibilità di esprimersi, ma anche come strumento creativo che ci permette, attraverso i suoi molteplici stimoli, di trovare modi di approccio e di comunicazione con le persone con cui ci troviamo a interagire.
Laban e Bartenieff partivano sempre dalla persona nella sua interezza, nel suo aspetto fisico e mentale, senza mai separare questi due aspetti. Scrive Laban: “Il potere integrativo del movimento è forse il più importante valore per l'individuo”; in una società dove la disgregazione e la frammentazione minacciano la nostra integrità, possiamo sempre tornare al movimento e al suo “potere integrativo”. Bartenieff diceva: “Attivare e motivare!” 
Sta a noi come educatori e facilitatori trovare modi per riportare questa integrazione attraverso l'azione motivata. Dare stimoli e motivare le persone a trovare una maggiore armonia è nostro compito,siamo dei ponti.
Creiamo ponti tra noi e gli altri, tra persone che conoscono il linguaggio del corpo sia dal punto di vista funzionale che espressivo  e la persona che porta con sé la voglia di conoscersi e conoscere modi nuovi di sentire se stesso.
L'applicazione dei nostri studi si realizza in tutto il suo potenziale rigenerativo quando usiamo quello che sappiamo, che abbiamo provato e sperimentato, per aprire nuove strade  di comunicazione, scambio ed espressione tra le persone, una dimensione questa,  ancora non troppo  investigata e quindi sottovalutata nella nostra società italiana."

giovedì 16 marzo 2017

Giornate nazionali APID. Danzamovimentoterapia tra radici e futuro

di Simonetta Ottone • Il 25 e il 26 Marzo si terrà a Livorno la Formazione Permanente Soci e l’Assemblea Annuale APID (Associazione Professionale Italiana DanzaMovimentoTerapia), presso Il Centro Artistico Il Grattacielo.

L’APID raccoglie i professionisti della DanzaMovimentoTerapia (DMT), disciplinati ai sensi della L.4/2013 e fa parte del COLAP (Coordinamento Libere Associazioni Professionali), ente riconosciuto dal Governo per la regolamentazione delle professioni non ordinistiche.
La DanzaMovimentoTerapia è una disciplina che da anni viene utilizzata in molti contesti, anche istituzionali, come intervento innovativo in sede di riabilitazione, educazione e prevenzione.
La scelta di APID di riunire i suoi professionisti a Livorno, ricade sulla riflessione della realtà in cui attualmente si trovano a vivere le periferie, i territori decentrati rispetto ai grandi agglomerati urbani. Nel Settembre 2016 infatti, Livorno è stata riconosciuta da Governo e Regione come “Area di Crisi complessa”: Apid ha ritenuto in questo modo di dare un segnale di presenza e disponibilità, laddove c’è più bisogno, proiettando i prossimi futuri sforzi sul centro – sud del paese.

In programma per il 25 Marzo una Giornata di Formazione con Docenti APID che hanno fatto la storia della DMT in Toscana e in Italia (Paola de Vera D’Aragona, Piera Pieraccini), e Docenti esterni (Lorella Rapisarda, Gloria Desideri), che cureranno una Formazione Permanente APID 2017, tutta volta allo studio, pratica e approfondimento di tecniche corporee e di Movimento importanti peri una corretta applicazione della  DMT stessa (Laban/Bartenieff Analisi, Body Mind Centering).
La Giornata approderà a “Città d’acqua. DanzaMovimentoTerapia tra Radici e Futuro”, momento conclusivo tra Danza, Parola e Musica, a cura dei Soci Toscani APID, cui parteciperanno Gruppo di DMT Le Mujeres (UFSMA Pontedera) e allievi attori della Scuola di Recitazione L. Ferretti.
Interverranno Mila Sanna (Presidente APID), Il Consiglio Direttivo APID (S. Cianca, Ciraso. S. Diamare, E. Fossati, S. Ottone, I. Rosa), I. Dhimgjini (Assessorato al Sociale Comune di Livorno), Marco Leone (Direzione Teatro Goldoni), Eleonora Zacchi (Direttrice Centro Il Grattacielo).
Le Giornate, patrocinate  dal Comune di Livorno, vedranno al centro il lavoro e il confronto professionale mosso largamente da donne: come in altri settori di professioni inerenti la Qualità di vita, la Cultura, il Sociale, i servizi alla Persona, anche nella DanzaMovimentoTerapia la maggior parte dei professionisti sono donne.
Il COLAP stesso, occupandosi di partite iva e professioni non ordinistiche nel lungo e travagliato percorso legislativo del lavoro autonomo, raccoglie e rappresenta il lavoro di tantissime donne, oltre che giovani.
APID e COLAP, enti a guida femminile a cominciare dalle rispettive classi dirigenti e operative,  sono in linea con le tendenze rilevate recentemente da ManagerItalia: crescono le imprese femminili in Italia e cresce il desiderio di imprenditorialità delle donne.


Le ultime ricerche vedono un trend in risalita e una potenzialità enorme, con un numero sempre maggiore di donne che aspira a un futuro da imprenditrice.
Negli ultimi 5 anni, infatti, le donne dirigenti nel settore privato sono cresciute del 20% (in particolare, sanità e assistenza sociale sono il 44%, istruzione sono il 39%), gli uomini sono calati del 6%.
Ciò che si evidenzia dunque, è una naturale sostituzione delle vecchie con le nuove generazioni.
Nonostante tutto, le donne che intraprendono un’attività imprenditoriale nel settore privato sono più numerose di prima, ma resta il fatto che (Fonte: HuffPost 12/3/2017) le donne sono ancora solo il 16% dei dirigenti privati.

giovedì 2 marzo 2017

Donna e Poesia. Intervista a Dale Zaccaria

di Simonetta Ottone • Dale è una ragazza minuta, con i lineamenti delicati e il sorriso aperto.

Ci conosciamo a Roma, è facile parlare con lei, i suoi modi sono amichevoli e informali e il suo accento romano è l’accento che ci vuole per parlare con tutto l’amore per certi temi e certi Maestri, così presenti in lei.
Dale scrive con la stessa capacità di rivelarsi di quando ti parla. La sua scrittura è diretta, viscerale, senza difese. E bella.
Ci passa la vita dentro, ciò che scrive sa di materia viva. Forse è per quello che lei ama dire “La Poesia si vive, e poi si scrive”. 
E’ una donna che spesso ama parlare di donne, nel modo in cui le donne sentono, così esposto. Niente a che fare con certi scrittori uomini di oggi, che soppesano, limano, cambiano ogni intenzione, da rendere le loro parole spesso sterili, e al servizio di altro. 
Io e Dale camminiamo per Roma, siamo a Dicembre. Roma sta male, lo si vede ovunque e Dale non nasconde il suo sconforto. Ci fermiamo a un bar, un po’ qualunque, ci sediamo e finalmente posso iniziare con le mie domande.
1 - Dale, chi sono le persone che ti hanno appassionato e accompagnato nella Poesia?
Nella poesia due donne Alda Merini e Silvia Plath. Ma a loro seguono poeti come Paul Celan, Dino Campana, Pedro Salinas e molti altri. Con il tempo però ho smesso di leggere la poesia, ma per il semplice fatto che poi i poeti restavano imbrigliati alla mia scrittura, mi influenzavano troppo. E ho lavorato al contrario a maturare una mia poetica, un mio linguaggio, un mio stile. Anche se penso che esistano in me più linguaggi, più poetiche e più stili. Poi ho sempre i capisaldi nella mia vita e nella mia arte che sono i Maestri, per me Pasolini e Franca Rame. Quest’ultima in maniera particolare. 

3 – Cosa è per te la Poesia? Di cosa avrebbe bisogno per trovare spazio nella nostra cultura?
La poesia è tante cose. Per me è principalmente sentimento. Ma la poesia è anche un dono, un talento, una sensibilità maggiore di leggere il mondo. Di vederlo con un nuovo sguardo quello che ti dà la poesia. Credo che il problema di fondo sia che oggi scrivano tutti e di tutto. Gli spazi vanno dal social a incontri di reading. Quello che manca perché la vera poesia trovi il suo giusto spazio è il merito, cosa completamente assente nel nostro paese, e persone con un’ etica e una preparazione di alto livello letterario e culturale. Viviamo un tempo a mio parere molto brutto dove mancano etica, morale, e cultura. C’è un livello molto basso culturalmente, ma anche umanamente e socialmente. La vera poesia non può muoversi a questi livelli. Credo che lo spazio della poesia possa nascere parafrasando una frase di Franca Rame “ fuggite dai raccomandati, applaudite e appoggiate i giovani preparati, ricchi di talento.” Scegliendo il talento e la preparazione forse la vera poesia potrebbe trovare lo spazio che merita.  

4 – Nella diffusione della Poesia, che ruolo hanno le politiche delle case editrici?
Agli editori interessa veramente nulla della poesia. Pubblicano chiunque purché paghi. L’editore è un’ azienda come dice Alda Merini e non si  può fare poesia con un’ azienda aggiunge sempre lei. C’è un panorama desolante a livello editoriale. Editori seri almeno per me tre o quattro ma che pubblicano principalmente narrativa e saggistica. La stessa Einaudi è oramai Mondadori non è più l’Einaudi di Italo Calvino o Cesare Pavese. Visto il quadro che abbiamo personalmente ho scelto l’autoproduzione. Non credo che l’editore attualmente possa avere un ruolo di diffusione nella poesia, semplicemente perché non ci crede, non gli interessa come ripeto pubblicano chiunque a pagamento e chiudo questo pensiero citando Umberto Eco che dice” Per antica e fondata esperienza non credo alle case editrici che sollecitano manoscritti. Di solito cercano autori a pagamento, sono disposte a pubblicare qualsiasi cosa e se non rispondono è perché ne hanno già troppa.”

5 - Se apriamo un'antologia di liceo, all'indice troviamo pochissimi nomi di donne. Dunque, le donne non scrivono?
Le donne scrivono, hanno sempre scritto sin dai tempi più antichi. Qui il problema è la cultura patriarcale che anche in campo letterario, culturale, ha cancellato le donne o quanto meno non concede loro spazi. Il patriarcato è un sistema secolare, millenario, non si cambia così con un colpo di spugna, anche perché ancora oggi vediamo molte donne che pur di trovare spazio o voce sono legate a doppio filo a uomini di potere e al modello patriarcale. Questo vale  nella letteratura, nella poesia, ma anche nel giornalismo, in altre arti o settori. Vedo questo momento storico in generale molto confuso, anche se il femminismo grazie ai movimenti sud-americani, in maniera particolare quello argentino sta rispondendo fortemente alla cultura fallocentrica e maschilista in cui viviamo, ma credo questo non basti. Il lavoro da fare è molto lungo. E’ un lavoro culturale, sociale, e certi retaggi, certe valori atavici, richiedono tempo per essere cambiati.  

6 – Cosa è il Progetto FemministArte?
Più che un progetto è un idea. L’idea di unire donne e artiste. Di trattare temi femminili e di restituirli al pubblico attraverso l’intervento e la collaborazione delle artiste. FeministArte è anche dare valore, spazio, alle donne, alla creatività femminile. Cosa che nell’arte le donne hanno travato sempre meno rispetto agli uomini. Relegate a muse o amanti, o dietro al genio del momento. Invece esistono tante artiste degne e valide e in qualche modo feministArte vuole rivendicare anche questo ruolo creativo della donna. Creativo per natura in quanto la donna partorisce, crea altra vita. Ma questa vita è presente sotto molte altre forme, tra cui quella artistica.

Il tempo con Dale finisce presto, è l’ora di provare la sua performance. Così bella, essenziale e innamorata. www.dalezaccaria.com