giovedì 25 agosto 2016

Il coworking come nuova opportunità di lavoro per le donne

Da alcuni anni sono presenti nelle principali città realtà i cosiddetti coworking, che consistono in uffici (con servizi vari inclusi), in affitto a ore, a giornata... a seconda delle esigenze dei singoli utenti, i quali condividono così un ambiente di lavoro in estrema agilità e a bassi costi, mantenendo attività lavorative indipendenti ma anche con la possibilità di "creare collaborazioni e partnership".


Tra gli utenti più interessati ci sono liberi professionisti, free lance, lavoratori a domicilio Il coworking può cambiare il lavoro, grazie alla flessibilità dell'orario, alla diminuzione dei costi e alla possibilità di incontrare altri professionisti creando nuove idee e progetti.

 
Anche per chi deve avviare una professione può essere un'ottima start up, come pure per chi ha già un lavoro dipendente ma vuole sviluppare nuove idee senza rischiare troppo.
Uno scenario che appare come la soluzione ideale anche per le lavoratrici che hanno esigenze di conciliazione famiglia-lavoro e che non riescono più a lavorare come dipendenti con orari rigidi, oppure professioniste che non riescono a sopportare da sole le spese di uno Studio.
Nei coworking ci sono forme di marketing per le attività dei vari coworker e la possibilità di fare Seminari, Corsi Formazione, Presentazioni, Eventi aziendali...  
Insomma, per molte ragioni si può dire che questa formula può offrire una nuova opportunità di lavoro per le donne; specie se si pensa che la sinergia di idee che circolano e la condivisione degli interessi è sempre stata il punto di forza femminile.
Al riguardo, posso citare anche il mio caso specifico; infatti, è proprio grazie all'incontro con il coworking della mia città (Coworking Livorno), che ho potuto avviare un progetto nel settore delle Risorse Umane che avevo in mente da tempo ma che non sapevo come sviluppare per incertezza sulle risorse e sui tempi. Con molta soddisfazione sono anche venuta in contatto con altri professionisti con cui a breve potrei sviluppare ulteriori progetti nel campo della formazione e consulenza.
Questo perchè il coworking è un generatore di idee! e le donne in questo possono fare molto bene.

mercoledì 24 agosto 2016

Intervista a Simona Sforza, del gruppo "Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi"

di Simonetta Ottone • "Sara amava danzare e studiare. Una ragazzina. In Italia si possono bruciare per strada le donne, o accoltellarle, farle sparire. Tanto nessuno si ferma. Nessuno soccorre, e neanche fa una telefonata alla polizia. Tanto i processi spesso nemmeno si istruiscono e, se lo fanno, finiscono per processare le donne in quanto tali.


Un assassino e tanti complici. Noi. No Sara, non ci perdonare".

Con queste parole il Comitato One Billion Rising Livorno (indicendo una mobilitazione per il 2 giugno) commentava l’uccisione di Sara Di Pietrantonio, a fine Maggio. E poi, un paio di giorni dopo questo ennesimo, insostenibile femminicidio, appare su fb una chiamata a raccolta da parte di un gruppo: Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi. Tantissime in poco tempo le adesioni, che porteranno nei mesi successivi a compiere una serie di azioni finalmente visibili e condivise. Intervisto qui Simona Sforza, che ha aperto questo gruppo lanciando il cuore oltre l’ostacolo, seguendo personalmente molte di noi, con le nostre realtà nei territori più vari e su tutta la penisola. 

 Simona, come ti è venuto in mente di proporre questo gruppo?
Il 30 maggio 2016 scrissi sulla mia bacheca di Facebook un post a proposito di Sara, ma in generale su una situazione di violenze di fronte alle quali non era possibile continuare a restare in silenzio. Soprattutto in riferimento alle istituzioni e a chi ha il potere di incidere nella realtà attraverso provvedimenti volti a sradicare la cultura alla base della violenza. Il 2 giugno in circa una quarantina di città si è manifestato e chi non poteva partecipare ha steso al balcone un drappo rosso: donne e associazioni contro la violenza si sono auto-organizzate per scendere in piazza. Alessia Guidetti è stata al mio fianco per organizzare il sit-in di Milano ed è un punto di riferimento prezioso. È una delle fantastiche donne che ci mettono tutte loro stesse. Senza di loro non sarebbe stato possibile creare una particolare e positiva sinergia di azione.
Il gruppo è stato il naturale proseguimento di questo moto spontaneo del 2 giugno; nasce per azioni, lotte e proposte politiche. La finalità principale è questa. Un modo per unire le forze e per sollecitare il cambiamento e interventi in vari ambiti, ovunque i diritti delle donne vengano lesi, perché la violenza è agita in vari contesti e modalità.

 Che realtà ha riunito il gruppo e quali sono i comportamenti corretti al suo interno?
Hanno aderito donne vicine al tema del contrasto della violenza per vari motivi e a vario titolo. Il nostro compito è sostenere, fare riferimento a chi è idoneo a operare per aiutare ciascuna donna nel migliore dei modi, attraverso i centri antiviolenza operanti in Italia. A ciascuno il suo compito. Nel rispetto delle donne e nella consapevolezza dei nostri limiti. Il lavoro di questo gruppo non può per ovvi motivi seguire ogni singolo caso, ma possiamo impegnarci affinché servizi e soluzioni migliorino per tutte le donne, dappertutto. Quando chiediamo interventi strutturali e che non lascino fuori nessuno, chiediamo esattamente questa ricaduta positiva il più diffusa possibile.
Il nostro obiettivo è evitare approcci sbagliati, che possano pregiudicare la situazione contingente. Le divergenze e i conflitti sono normali, ma non deve mai venir meno il rispetto reciproco, la correttezza e la trasparenza. Gli attacchi personali non sono mai un bel segnale. Ci sono strade che si dividono perché incompatibili con queste regole di base.

 Che rapporti intende avere il gruppo con realtà istituzionali e non?
Per noi l’interlocuzione e il lavoro congiunto sono importanti, direi fondamentali. Questo significa comprendere appieno cosa si fa sul territorio e cosa si può migliorare. Se non c’è un lavoro integrato non si va da nessuna parte.

 Sono state promosse varie azioni in queste settimane. Ce le puoi un po’ riassumere?
Abbiamo scritto una lettera aperta al Ministro Alfano e alla Ministra Maria Elena Boschi, in merito al progetto sui camper della Polizia di Stato. Questa lettera, sottoscritta da più di 1000 persone attraverso una petizione, ha ricevuto riscontri da parte delle istituzioni interpellate. Interveniamo in ogni episodio di sessismo e di violenza, purtroppo molto frequenti. Il cambiamento culturale passa anche attraverso media e rappresentanti politici più consapevoli e rispettosi delle donne in ogni ambito.

 Il movimento delle donne e il femminismo sono stati anche recentemente accusati da testate importanti di essere un movimento frammentato, inconcludente e anacronistico. (parlo dell’articolo su Unità). Che pensi in merito?
Il gruppo ha chiesto una replica (qui trovate il testo della richiesta), mai concessa, agli articoli apparsi su l’Unità. Il movimento delle donne è variegato ed è un bene. L’unica cosa che va superata sono le spinte personalistiche. Gli obiettivi sono collettivi, mai individuali. Dobbiamo convergere e unire le forze, ognuna con il proprio bagaglio di esperienze e la propria storia. Non è necessario pensarla sempre su tutto allo stesso modo, anche rilevare criticità è importante, confrontandosi sempre civilmente, cercando di fare sintesi.

 Come ti spieghi il silenzio della Ministra Boschi, la scarsa attenzione alla materia da parte di questo Governo verso una escalation di violenza, per frequenza di femminicidi e modalità, espressa anche verbalmente in ogni ambito (stampa, sport…). Avete ricevuto risposte dalla Ministra e l’incontro richiesto?
L'impressione è che il problema della violenza non sia prioritario, per questo dobbiamo lavorare, per cambiare questa situazione, perché le donne non sono cittadine di serie b.
Abbiamo ricevuto una richiesta di incontro da parte di una dirigente della Polizia di Stato a Roma. Inoltre, ci hanno risposto anche dal Dipartimento per le pari opportunità, ringraziandoci delle nostre segnalazioni e richieste. Lavoreremo a un documento da presentare. Mi sembra un buon segnale di attenzione, una dimostrazione del fatto che le donne, quando si uniscono e fanno pressione, possono ottenere risultati. A piccoli passi le cose si possono cambiare.

 Che pensi della vicenda del Resto del Carlino e del Fatto Quotidiano di questi giorni? Che ruolo ha la stampa nell’induzione al sessismo?
I media e la stampa sembrano a volte fermi a un livello ottocentesco di rappresentazione delle donne. Non si comprende che il sessismo è parte di quell’humus che alimenta e giustifica la violenza di genere e la discriminazione delle donne. Le donne sono oggettivate, deumanizzate, oggetto di attacchi a ogni livello o ruolo, colpevoli anche quando sono vittime di violenza e muoiono per mano di un uomo. 

• La Toscana è scossa dall’ennesimo femminicidio, quello di Vania Vannucchi a Lucca. Anni neri per questa regione che ha visto punte mai conosciute di femminicidi, violenze di gruppo, mobbing sul lavoro, sentenze shock. In un paese, l’Italia, che conta 2000 femminicidi in dodici anni (uno ogni 48 ore), che non ha un piano nazionale contro la violenza coordinato, che non ha un osservatorio sul fenomeno, che non fa pervenire fondi stanziati nel 2013 ai centri antiviolenza, che tipo di responsabilità si assumono le istituzioni e la magistratura? Il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi è andato a Lucca dai familiari di Vania e ha annunciato che darà subito dei soldi ai centri antiviolenza toscani, ma è il Governo che deve sbloccare la situazione. Nel rimpallo tra Regione e Stato centrale, a chi spetta cambiare la situazione in modo decisivo?
C’è una responsabilità congiunta, che va dalla decisione di svincolare tali fondi dal patto di stabilità, alla trasparenza della gestione dei fondi da parte delle Regioni. L’8 settembre si insedierà la Cabina di regia interistituzionale del Piano straordinario, come sede di confronto tra tutte le Amministrazioni nazionali e territoriali interessate per la programmazione delle attività e per favorire il massimo coordinamento dell’azione pubblica nonché l’uso efficiente delle risorse disponibili. Dovremo seguire da vicino i lavori di questo tavolo, comprendere come si svilupperanno le fasi successive, che ci aspettiamo portino benefici concreti e a breve termine. Questo è il compito di un gruppo come il nostro.


sabato 20 agosto 2016

Avete mai indossato un burqa?

di Simonetta Ottone • Una sera di settembre del 2002: presento lo spettacolo Vendute, nel bellissimo Castello di Piombino (Livorno). Sono ancora più emozionata, perché verrà a vederci una ragazza resistente afghana, che si trova in Italia in semiclandestinità (facendo parte dell'organizzazione combattenti RAWA), con Donne in Nero, per parlare della condizione della donna nell'Afghanistan dei mujahidin e dei taleban. 


Questa piccola ragazza (allora poco più che ventenne), era la protagonista del libro vincitore in quegli anni del Premio Viareggio per la Narrativa: Zoya, la mia storia, di J. Follain e R. Cristofaro.


Il TeatroDanza dello spettacolo, con momenti parlati in italiano, speravo non escludesse Zoya dalla comprensione: io danzavo una storia vera; la prigionia di ragazzine occidentali vendute dai loro padri yemeniti, danzavo sulla pietra del castello, lei era lì davanti a me in prima fila.

Era difficile e imbarazzante recitare cose che probabilmente lei aveva vissuto.
Il tempo si fermò, c'erano solo i nostri movimenti, le nostre parole, una storia di odio e oppressione delle donne da parte di una visione integralista dell’Islam. Forti le percussioni dei musicisti sembravano colpire i nostri corpi. Ero tanto stanca quel giorno, in modo così forte, e i salti erano difficili sulla pietra dura: seppi poi che ero alle prime settimane di gravidanza e quella fu per diversi mesi l’ultima replica.

Lo spettacolo finì nel silenzio totale. Come per rompere il ghiaccio, partì un applauso forte ma non rumoroso, sobrio e lungo. Chiamarono con noi Zoya, che timidamente si avvicinò. Ci sorridemmo così tanto, fino a ritrovarci abbracciate, sotto uno scroscio di applausi, lei piccola e magra, io sudata e caldissima.
Le chiesi in inglese se aveva potuto seguire le nostre parole italiane, lei mi disse: non capivo l'italiano, ma ho capito tutto.
Stavamo ancora abbracciate, avrei voluto portarla via, nasconderla in casa, non farla tornare più in quel paese. Lei mi ripeteva  nell’orecchio, commossa thank you, thank you, thank you so much, to you, Simonetta... 

Avete mai indossato un burqa? 
Io sì, quello azzurro grigio afghano di Zoya. Lei mi chiedeva piano, da fuori: How do you feel? Era pesante, ruvido, odoroso, ci inciampavo, vedevo attraverso una retina rettangolare davanti agli occhi. Vedevo un’immagine frammentata, attraverso piccoli buchi. Non vedevo ai lati, era difficilissimo anche solo camminare. Era di una stoffa grossa e caldissima, soffocante.
Non esisti, lì' dentro.
Non esisti dove non c’è aria, dove non vedi bene, non ti puoi muovere, sei isolata e separata dal mondo fuori.
Sei invisibile; e il mondo stesso è in buona parte celato ai tuoi occhi.
Non fui paziente, lo tenni pochissimo, Zoya mi aiutò a levarlo. Quando fui libera, fradicia di sudore  e spettinata, ci guardammo con le lacrime agli occhi.
Poche le donne presenti che accettarono di provarlo. Provai vergogna, perché io me lo ero levato velocemente, e non l'avrei più messo; Zoya doveva tornare in Afghanistan e lo doveva rimettere.

Io ero libera, lei no.