domenica 18 dicembre 2016

Nuovo Maschile. Uomini liberi dalla Violenza

di Simonetta Ottone • Da tempo volevo affrontare la questione della Violenza di genere proprio con gli uomini, i diretti interessati, se non la parte centrale ma anche paradossalmente la più assente dal dibattito. Vado a Pisa, dove incontro Desiree Olianas e Riccardo Guercio, Responsabili di “Nuovo Maschile. Uomini Liberi dalla Violenza”.  



Nel piccolo e accogliente ufficio dell’associazione trovo due ragazzi giovani e preparati, che sorridenti sono in attesa delle mie domande. 

Come nasce la Vostra realtà?
(Riccardo) Nuovo Maschile è un’associazione di promozione sociale  nata nel 2012 a Pisa. Siamo nati in piccolo ma con tanta passione e spinti da ciò che il nostro percorso di vita e lavorativo ci ha messo di fronte.
Alla base, la consapevolezza di essere immersi/e in una società violenta, ma anche che ogni persona  può diventarne consapevole, impegnarsi a cambiare e cambiare la società. Le nostre vite e quelle delle persone a noi vicine sono state attraversate, in modi e tempi diversi, dalla violenza maschile. Alcuni/e di noi fin dall’Università, altri/e successivamente, hanno deciso di approfondire la propria formazione in merito al tema degli abusi e  maltrattamenti su donne e minori. Questo si è inserito all’interno di percorsi di consapevolezza, che ci hanno permesso di elaborare le nostre storie e il nostro desiderio di fare un lavoro di aiuto.

All’inizio eravamo in tre; io (Riccardo) che nel mio lavoro in comunità terapeutica con persone (soprattutto uomini) alcoliste, tossicodipendenti e con problemi psicologici, riscontravo molte similitudini nelle loro storie. Storie di infanzie maltrattate, abusate. Persone che avevano cercato di affrontare le proprie difficoltà con mezzi che si erano ritorti loro contro (l’uso di sostanze) e che spesso mettevano in atto delle violenze… con le compagne, con gli altri uomini. Per non parlare delle violenze subìte o messe in atto in carcere, mentre scontavano le varie pene. Nel mio lavoro mi trovavo spesso di fronte a violenze, agìte nel presente, minacciate, ma vedevo anche gli effetti di quelle subìte nel passato . E mi chiedevo cosa potevo fare. Io (Desiree) provengo da una famiglia in cui la violenza maschile su donne e bambine ha seminato sofferenze e rovinato vite. Ho scelto psicologia con l’idea di capire quale era il modo “giusto” di aiutare chi soffriva, perché avevo sperimentato che anche quando sei così fortunata da trovare una persona desiderosa di aiutarti, non è detto che questa ci riesca, anzi è possibile che peggiori una situazione già difficile. Ho cominciato a formarmi sulla violenza di genere, integrando la formazione universitaria (assolutamente inadeguata allo scopo) con quella fornita dal Centro Antiviolenza di Pisa. Ho cominciato ad occuparmi di donne che avevano subìto o subivano violenza. Ho iniziato ad avere, come psicoterapeuta, anche pazienti maschi. La violenza era presente nelle loro storie, ma anche nelle relazioni che vivevano.
Nel confronto con un’amica che ha aiutato, informalmente, tante donne vittime di violenza, è nata l’idea di occuparsi degli uomini, di vari uomini con storie e necessità diverse.


Uomini che agiscono violenza nelle relazioni ma vogliono cambiare per diventare uomini, padri, mariti migliori, anche se non sanno se e come farlo. Uomini che hanno subìto abusi nell’infanzia o nell’adolescenza. Uomini desiderosi di confrontarsi fra loro, su cosa significhi esser maschi nella nostra società, interrogarsi sul modo di vivere le relazioni con le donne, con gli altri uomini, con i figli e le figlie. Uomini cui viene fornito un luogo in cui esprimersi nelle proprie peculiarità e differenze, senza la necessità di adeguarsi ad una visione stereotipata dell’uomo, anzi lottando per conoscere ed esprimersi a pieno ed in modo autentico. Tutto questo ci è sembrato bellissimo. Ambizioso, ma entusiasmante.

Quali sono i vostri obiettivi principali?
 (Desiree e Riccardo) Ci sono dei punti, per noi cruciali. Eccone una sintesi:
-       Contribuire al diffondersi di una cultura che adotti il confronto, la comunicazione, il rispetto delle differenze, il contrasto alla violenza e alla prevaricazione, la risoluzione non violenta dei conflitti.
-       Promuovere la comunicazione fra uomini e donne con l’obiettivo di favorire un cambiamento del maschile, passando da una cultura della prevaricazione ad una improntata al riconoscimento e alla valorizzazione delle differenze, dei pari diritti e opportunità.
-       Favorire la divulgazione della cultura di genere e l’analisi e la comprensione degli stereotipi che ostacolano l’accettazione delle diversità e la richiesta di un aiuto da parte di uomini con sofferenze emotive e relazionali.
-       Offrire agli uomini un luogo in cui coloro che agiscono violenza fisica, psicologica, economica o sessuale sulle proprie compagne, compagni, mogli (o ex), possano esprimere e condividere le difficoltà relazionali che si manifestano con il loro comportamento violento, assumersene la responsabilità e cambiarlo mettendo fine alla violenza.
-       Sensibilizzare l’opinione pubblica al tema della violenza quale fenomeno diffuso cui uomini e donne possono essere stati esposti nell’infanzia.  E di conseguenza sostenere gli uomini che hanno subito violenze a superare le ferite emotive che questo ha lasciato in loro, attraverso percorsi di psicoterapia.
-       Fornire un luogo in cui intraprendere un percorso che conduca l’uomo ad un nuovo maschile che, pur mantenendo la propria forte connotazione di genere, si possa tuttavia riappropriare di parti che gli sono state espropriate quali la sensibilità e la capacità di rapportarsi all’altro/a da sé in maniera paritetica senza sentirsi depauperato.

Come si svolge l’attività e con quali interazioni nel territorio?
(Riccardo) La nostra associazione svolge sia attività di prevenzione che di trattamento.
La prevenzione, che riteniamo la parte fondante e imprescindibile del nostro lavoro, si concretizza attraverso
- progetti di sensibilizzazione nelle scuole: nelle scuole medie e superiori, anche in collaborazione con associazioni impegnate da anni sul tema della violenza (Casa della Donna di Pisa) o dell’educazione all’affettività e sessualità (Aied) o al tema dell’orientamento e genere sessuale (Arcilesbica e Pinkriot arcigay Pisa)
-  corsi di formazione a professionisti/e impegnate nel benessere delle persone: medici/che delle varie branche, psicologhe/gi, psicoterapeute/i, psichiatre/i, counselor, assistenti sociali. Figure che, anche se non decidono di occuparsi di violenza, vi si imbattono necessariamente, spesso senza avere gli strumenti per riconoscerla e gestirla, vista la complessità del fenomeno. 
incontri con la cittadinanza, seminari, dibattiti, tavole rotonde
Alla prevenzione si unisce l’intervento, ovvero la possibilità di intraprendere percorsi di consapevolezza e cambiamento per tutti quegli uomini che ci contattano perché la violenza in qualche modo c’è già stata. Violenza subìta nell’infanzia, e  per le quali c’è ancora sofferenza emotiva, o violenza messa in atto in età adulta.
Dopo un primo contatto telefonico (370-3230356) , l’uomo effettua alcuni colloqui gratuiti con lo psicologo. A seconda di quanto emerge può essergli proposto un percorso individuale o di gruppo.
Collaboriamo con il Centro Antiviolenza di Pisa e l’associazione Le Amiche di Mafalda, di Pomarance, sia per quanto riguarda l’invio di uomini con problemi di violenza, sia riguardo alla progettazione ed attuazione di interventi congiunti di sensibilizzazione. Abbiamo inoltre molti invii del servizio Sociale di Pisa e anche dall’Ufficio Esecuzione penale esterna di Pisa. Effettuiamo incontri con i detenuti delle Case Circondariali di Pisa e Volterra sui temi delle relazioni e della violenza. Commissioni pari opportunità e scuole ci contattano per organizzare incontri di sensibilizzazione.


Sono ancora molte le cose che Desiree e Riccardo vogliono dirci. Bene, rimaniamo vigili.

lunedì 28 novembre 2016

Antropologia di Donne. Intervista a Gianna Deidda

di Simonetta Ottone • Una sera invernale decido di uscire di casa per andare a vedere un’artista, Gianna Deidda, che conosco da anni, un’attrice, semplice, preparata e colta, che racconta una storia. 




La narrazione ha al centro due donne, un’antropologa e una donna semianalfabeta sarda che in poche parole riesce a rovesciare interi paradigmi. 

In camerino, in questo teatro antico nella provincia di Pisa coraggiosamente restaurato dal locale Comune e gestito dal lavoro di servizio alla collettività da parte di due associazioni culturali, parlo con Gianna.

Gianna, come ti sei avvicinata al teatro e alla sua scrittura?
Sono nata e cresciuta in Sardegna, e dal 1980 vivo e lavoro a Firenze. Il mio lavoro nel teatro è cominciato nel 1982 con il teatro di figure, dove burattini, marionette, ombre, oggetti sono in primo piano e l’essere umano (il manovratore, il burattinaio) è un tramite e non il protagonista.
Nel corso degli anni ho lavorato, sempre attraverso il teatro, in ambito pedagogico e ho poi collaborato a diversi progetti con artisti visivi e musicisti, fino all’ultima esperienza, che dura ormai da quasi dieci anni, di clown ospedaliero, dove le tecniche artistiche sono per statuto al servizio della persona. Un percorso apparentemente eclettico, che ha come costante, se una costante c’è, il procedere, rispetto alle varie discipline, non in pieno campo ma sempre un po’ sul confine fra l’una e l’altra. Il confine è la posizione dell’antropologo, e forse per questo a un certo punto mi sono trovata a mettere in scena un testo di antropologia. Dal 2006 mi occupo della messa in scena di “storie di vita”, testi all’origine non teatrali, tratti da diari, epistolari, autobiografie, memoriali, interviste.

 Parlami di questo lavoro che hai presentato
Il lavoro è tratto dal testo “Intervista a Maria” di Clara Gallini, l’antropologa che alla fine degli anni ’50 fu chiamata all’Università di Cagliari come assistente di Ernesto de Martino e alla quale si devono le ricerche, fondamentali per l’antropologia della Sardegna, sui rituali dell’argia, sul dono, sui novenari.
Il testo, pubblicato da Sellerio (1981) e poi da Ilisso (2003), riporta un’intervista commissionata all’antropologa dalla terza rete Rai per la trasmissione radiofonica “Noi, voi, loro donna”. Nella trasmissione la voce dell’intervistata (Maria P., di Tonara, un paese dell’interno della Sardegna) aveva la funzione di voce guida in una serie di puntate il cui argomento era la trasformazione del ruolo della donna rispetto alle trasformazioni della società in quegli anni. Eravamo nell’ottobre del ’79 e dunque alla fine di un ciclo di cambiamenti cruciali per la società italiana, e per le donne.

 In cosa è innovativo per l'antropologa l'incontro con questa donna?
Rispondo con le parole di Clara Gallini: "Che cosa aveva significato per me, a suo tempo, l’osservazione partecipante? Avevo abitato nei paesi, mangiato con le persone, simpatizzato con loro, giocato con loro. Però avevo anche ad ogni momento compiuto quella tipica operazione – classica ormai in tutte le teorizzazioni antropologiche -  del ritorno alla mia cultura. Ero continuamente una giudicante, giudicante in base ai suoi parametri . […] … in ultima analisi, chi aveva diritto e dovere di giudicare di quel linguaggio ero soltanto io, mentre non mi sfiorava neppure il sospetto che anche gli altri potessero avere qualcosa da dire sul mio conto. Non mi accorgevo così di rifiutare un’esperienza preziosissima: quella di essere veduti e giudicati noi stessi, in una dinamica di confronto. […] Rispetto alle mie esperienze passate ora, nell’ Intervista a Maria, la mia voce non soffocava più quella del cosiddetto “informatore” […] Il ruolo di Maria era quello di un’intellettuale che parla in pubblico. E rispetto ai contenuti del suo discorso mi potevo lecitamente misurare".
Maria P. aveva allora all’incirca 70 anni (Clara Gallini  48), aveva frequentato solo la seconda elementare, fatto i mestieri più umili, dalla pastora, alla contadina, alla tessitrice, alla torronaia, e non si era mai mossa da Tonara. Eppure l’incontro con lei fu per Clara Gallini come una luce improvvisa che illuminasse cose che già stavano lì vicino e non vedevo.  Una sorta d’innamoramento, come l’antropologa stessa lo definisce, mettendo a fuoco così anche la qualità emotiva dell’incontro e l’importanza di questa qualità nella ricerca. In questo senso l’Intervista ha rappresentato un punto di svolta, sia nella vicenda personale e professionale di Clara Gallini, che nell’antropologia italiana.

 Al centro del lavoro ci sono due donne a confronto, appartenenti a mondi, cultura, istruzione e esperienza molto diversi. Come interagisce la lettura della storia del genere femminile in questo incontro?
La trasmissione “Noi, voi, loro donna”, ideata da Licia Conte, che aveva commissionato l’intervista, era concepita come trasmissione non per le donne ma di donne e come un laboratorio di studio sulle parole del femminismo. La questione di genere (o “questione femminile” come si diceva allora) era la questione fondante.
Tuttavia l’incontro fra Clara e Maria, che rappresenta ai miei occhi il perfetto incontro etnografico al femminile, va oltre la questione femminile. Diventa un confronto alla pari di due concezioni del mondo e di due culture, ma anche uno sguardo comune sul mondo che cambia, una riflessione sul quotidiano, sul significato di ogni singola esistenza in rapporto alla storia, sulla possibilità dell’incontro fra esseri umani….   Inoltre capovolge alcuni degli stereotipi del femminismo di quegli anni, per esempio quello della subalternità del ruolo femminile nelle società tradizionali. Come dimostrano altri studi antropologici (il lavoro di Gabriella Da Re, La casa e i campi, per esempio), la questione dei rapporti tra i generi nella società sarda tradizionale è un po’ più complessa di un rapporto di semplice subalternità della donna rispetto all’uomo. Questa era d’altronde la mia ipotesi quando ho deciso, ancor prima di incontrare l’Intervista a Maria, di mettere in scena un lavoro sulle donne sarde. Pensavo alle donne che avevo conosciuto, e l’etichetta di “donne oppresse, succubi del marito, del padre, del fratello” non mi tornava.  Il livello di coscienza critica e di auto-consapevolezza di Maria ne è la conferma.

 La narrazione, per quanto riguarda il personaggio principale, è in lingua sarda. Perché questa scelta?
Preciso che il testo del lavoro teatrale non è una mia “riscrittura” dell’intervista. Sul testo ho cercato di intervenire il meno possibile, anche per preservare il modo di esprimersi di Maria, poiché il modo in cui le cose sono dette interviene nel significato. Le parole pronunciate in scena sono esattamente le parole di Clara e Maria. Io ho lavorato, a livello drammaturgico, solo con dei tagli al testo originale (cospicui, ovviamente, dovendo ridurre la durata a circa un quinto). Ho comunque seguito la struttura del testo scritto scelta da Clara Gallini, che era quella della “storia di vita”, secondo una sequenza di argomenti che vanno dalla nascita alla morte (passando attraverso lavoro, amicizia, matrimonio, figli, malattie, vecchiaia ecc.).
La lingua che io uso in scena è dunque la lingua di Maria, perlomeno una delle due lingue che lei abitualmente parla, che sono l’italiano e il sardo. In quest’occasione, un’occasione pubblica, nella quale lei sa che deve essere ascoltata e capita da Clara (che non capisce il sardo) e dal pubblico radiofonico italiano, Maria si esprime in italiano. Un italiano, certamente, con l’accento sardo-tonarese e con dei sardismi che rendono la lingua più interessante e pregnante, dal mio punto di vista.
La scelta di mantenere questa lingua è comunque molto importante nella messa in scena, e proprio la forma del linguaggio è stata il punto di partenza per il mio lavoro d’interpretazione di Maria: mettermi in bocca le sue parole e stare a vedere che cosa mi accadeva. Diciamo che è stata anche, da parte mia, un’occasione per riconquistare la mia lingua, il mio accento, e una cultura da cui mi ero separata (e che avevo anche un po’ rifiutata, come accade a molti emigrati) qualche decennio prima.      

 La tua interpretazione si affida a pochi, essenziali e fondamentali elementi di scena. Si potrebbe parlare di "segni" lasciati nello spazio e nel tempo scenico. Perché questa scelta, in termini drammaturgici?
Mi piace molto l’espressione “segni lasciati nello spazio e nel tempo scenico”. Proprio di questo si tratta. Credo dipenda in parte dalla mia esperienza nel teatro di figure, dove gli oggetti hanno un peso e agiscono sulla scena alla stregua di attori, e dove uno stesso oggetto, nella stessa storia, può assumere anime diverse a seconda di come viene usato. È quello che accade con alcuni dei pochi oggetti che uso nell’Intervista, i pezzi di canna, per esempio.
Un altro motivo è la dimensione sacrale dello spazio e del tempo scenico, e dunque anche degli oggetti, e la scelta di povertà che a questa dimensione appartiene. Infine, è giusta anche l’espressione “lasciati”: si tratta di ciò che è rimasto, di ciò che il tempo ha lasciato nello spazio di una vita. Che è la vita di molti, non di uno soltanto, e dunque storia.  

 Che spazio ha attualmente in Italia il teatro contemporaneo? Come si riesce a produrre e distribuire ancora lavori indipendenti con così alto e originale contenuto culturale?
Per quanto mi riguarda, io riesco a produrre i miei lavori perché decido di farlo, e il più delle volte a costo zero. La scelta dei pochi elementi scenici, dei pochi attori, della povertà di mezzi, è una necessità economica oltre che una scelta artistica. Questa necessità diventa alla fine una scelta di libertà, perché se nessuno ti paga, nessuno ti può imporre cosa fare. A volte la produzione arriva dopo, a lavoro iniziato, perché qualcuno lo trova interessante.
Mi sembra che anche per gli altri il problema non sia tanto la produzione, quanto la distribuzione. Guardandomi intorno vedo che i modi per produrre si trovano, il crowfunding a volte funziona, i bandi di concorso non sempre sono degli stratagemmi per non pagare gli artisti, e si può approfittare delle occasioni di finanziamento che di volta in volta si presentano: le residenze, i festival, gli incentivi per i giovani o per i vecchi.
Purtroppo spesso uno spettacolo, anche bello, rimane lì, fa qualche replica e poi si spegne.


mercoledì 16 novembre 2016

Tagesmutter, la mamma-di-giorno: una professione per la donna, di sostegno alla famiglia

In un mondo il cui carico del lavoro familiare grava ancora quasi totalmente sulle donne, ci sono professioni che sembrano fatte apposta per aiutare le donne che hanno poca disponibilità di tempo, e quelle che hanno bisogno o voglia di lavorare dando anche un contributo alla società  fatta di tante altre donne e famiglie in cerca di aiuto per la gestione del proprio tempo e dei propri cari. Tra queste quella della Tagesmutter - o mamma di giorno - figura specializzata (e abilitata da un percorso formativo) ancora poco conosciuta in Italia ma molto diffusa nei Paesi del Nord Europa.


Quello è infatti un servizio che concilia lavoro e famiglia: in pratica la tagesmutter è la professionista che accoglie nella propria abitazione gruppi ristretti di bambini, dando la massima flessibilità di orario ai genitori e un progetto educativo personalizzato. Questo servizio può essere anche una reale opportunità di lavoro per chi ama occuparsi dei bambini. Per diventare tagesmutter occorre effettuare una selezione di ingresso e poi un percorso formativo per il conseguimento dell'attestato che abilita allo svolgimento della mansione.
In Italia non è ancora molto diffuso come servizio ma vista la carenza di servizi educativi che abbiano flessibilità di orario, potrebbe sopperire alle tante richieste che ci sono in tutte le nostre città. Che si facciano dunque avanti anche da noi “Le Mamme di giorno”!

venerdì 11 novembre 2016

Novembre di donne in azione

L’autunno caldo era preannunciato da tempo; e anche la Toscana in novembre, nel mese che celebra la lotta contro la violenza di genere, pullula di iniziative che vedono le donne agire insieme.

Fin da ottobre, infatti, nei territori si svolgono riunioni organizzative per la grande manifestazione #NonUnadimeno prevista a Roma per il 26 Novembre. Realtà come Unite in Rete di Firenze si sono mosse in questo senso; e anche Nuovo maschile, Uomini liberi dalla violenza di Pisa, si sta impegnando su più fronti in dibattiti, formazioni, incontri a Pisa e provincia. One Billion Rising Livorno ha trovato l’adesione di Arci Gay Livorno per partire insieme per la manifestazione nazionale, quest’ultimo impegnato anche nei preparativi della giornata mondiale di commemorazione delle vittime di transfobia (visto che negli ultimi 12 mesi 238 persone trans gender sono state assassinate nel mondo).

OBR Livorno e Associazione DanzArte hanno presentato a Firenze Julka, Narrazione per Corpo e Voce, e lo porteranno il 18 Novembre a Livorno, all’interno di Teatri d’Autunno (rassegna a cura di Centro Artistico Il Grattacielo; con il contributo del compositore Andrea Cattani e del sonatore Aleandro Bacci). Con l’occasione verrà presentato un canto curato da Maria Grazia Campus Dessì (insieme a Miriam Massai e Francesca Sarcoli), direttrice di LeMusiquorum, coro di donne (fondato nel 2011 a Firenze) che propongono i canti di lavoro delle donne, dei migranti, della tradizione anarchica e contadina, delle tradizioni popolari di tutta l’Italia.

martedì 4 ottobre 2016

Adele Cambria, madre del femminismo e giornalista ribelle

di Simonetta Ottone • A me non piace piacere a molti, ma solo ai pochi a cui piaccio; si apre così il blog che Adele Cambria inaugurò nel 2008. 

E così continua: Io, Adele Cambria, assediata dai "Bloggisti" - amici avanzati e parenti avanzatissimi! - sono stata costretta ad aprire un mio blog. La prima iniziativa è venuta da Beppe Costa, mio coraggioso editore (Pellicanolibri) nel 1984 - pubblicò il mio romanzo "Nudo di donna con rovine" - e quindi scomparso alla mia vista per un decennio. Felice di ritrovarlo, gli ho ceduto... Ed eccomi qui. Si è presentato un sabato pomeriggio con due simpatici ed efficienti amici, mentre arrivavano dall'Olanda i miei parenti tecnologicamente assai avanzati: mio figlio Luciano, mia nuora Agnes, e i loro "bambini" (alti un metro e novanta ed adolescenti), Clemente e Simeone. Ecco tutto, chi vivrà vedrà; Adele Cambria.



Il 5 Novembre 2015, quasi un anno fa, Adele moriva a Roma dopo lunga malattia.
Nata a Reggio Calabria, si è laureò in Giurisprudenza all’Università di Messina(1953); esordì nel giornalismo nel 1956, firmando (con pezzi di costume) anche sulla prima pagina del quotidiano “Il Giorno”, fondato e diretto -dal 21 aprile 1956 al 31 dicembre 1959- da Gaetano Baldacci. Si è dimessa da il Giorno, per solidarietà con il Direttore che il Presidente dell’Eni, Enrico Mattei, era stato costretto a licenziare. In contemporanea, Cambria collaborava a “Il Mondo” di Mario Pannunzio. Ha lavorato per le maggiori testate nazionali, nell’ordine “Paese-Sera”, “La Stampa”, “il Messaggero”, “l’Espresso” di Arrigo Bendetti, “L’Europeo” di Tommaso Gigli, poi di nuovo a “Il Giorno” (1985-19979), dal 2000 al 2002 a “Il Domani della Calabria”.
Dal 2003 al 2009 ha collaborato a “L’Unità”A partire dal 1963 ha lavorato anche, con contratti a a termine, alla Rai (Televisione e Radio).
Dal 2000 al 2003 ha realizzato per RaiSat Album 39 trasmissioni televisive sull’immagine della donna, andate in onda con il titolo “E la Tv non creò la donna”, con 80 ospiti, da Giovanni Berlinguer a Giosetta Fioroni; in seguito, sempre per lo stesso canale, realizzava tre trasmissioni sul Sud intitolate “Trittico meridionale”, la prima dedicata all’antropologo Ernesto De Martino, ed intitolata “La terra del rimorso”, la seconda alla siciliana Maria Occhipinti, intitolata “La rivolta dei non-si-parte”, la terza alla rivolta di Reggio Calabria, nell’estate del ’70, ed intitolata “La rivolta e il professore”.
Femminista, Adele Cambria ha diretto la rivista “Effe”, il primo mensile femminista venduto nelle edicole, ed è stata tra le fondatrici del Teatro della Maddalena. Dal 1969 al 1999 ha collaborato con “Noi Donne”.
Autrice di numerosi libri con al centro la tematica della Donna, e del Sud, quel sud atavico e crudele delle donne. Nel1976 pubblica Amore come Rivoluzione -La risposta alle lettere dal carcere di Antonio Gramsci” (Sugarco). Per la prima volta vengono rese note le lettere e i diari delle tre sorelle Schucht, di cui la minore, Julka, aveva sposato Gramsci (centrale questo lavoro di Adele nella drammaturgia nata per “Julka”, Narrazione per Corpo e Voce prossimamente a Firenze).
Nel libro è incluso il copione del testo teatrale “Nonostante Gramsci”, andato in scena alla Maddalena, con grande scalpore, nel luglio 1975.
In viaggio con la zia”; con due bambine alla scoperta del mito in Magna Grecia- Città del sole edizioni, Reggio Calabria, è l’ultimo libro cui si è dedicata (2012).
Nel 1961 interpretò una piccola parte in Accattone” film d’esordio di Pier Paolo Pasolini, Adele Cambria è nel ruolo di Nannina la Napoletana. Molto amica del regista, dopo animate discussioni, accettò per amicizia di interpretare il ruolo di una donna così difficilmente conciliabile con la visione femminista di Adele.
La Cambria è stata una delle Madri del Femminismo Italiano, figura centrale del pre e post – sessantotto, insieme a Camilla Cederna e Oriana Fallaci. Sostenitrice del movimento delle donne fin dagli albori, è stata sempre una voce forte e fuori dal coro. Donna abituata a prendersi la parola, spesso a sue spese, ha sempre affrontato il suoi 50 anni di giornalismo, sposandone appieno il ruolo centrale in una professione così legata al senso di autonomia critica e di libertà d’espressione. Altri tempi rispetto ai giornalisti “Yes men” di oggi, così cinici, diplomatici e, proprio per questo,  “di successo”.
In anni  in cui le donne si trovano ancora ogni giorno a essere descritte dai giornali e dai media in modo detrattivo, offensivo e gratuitamente maligno, “Le guerre quotidiane di una giornalista ribelle” come direbbe Adele (in “Nove dimissioni e mezzo” – Donzelli, 2010), sono per noi  “guerre” cui non possiamo, né vogliamo sottrarci.
Sugli scaffali della casa romana della Cambria, a due passi da Campo dei Fiori, era conservato un patrimonio di volumi dove, come nella tradizione della Casa internazionale delle donne, gli autori maschi erano rigorosamente divisi dalle autrici femminili: "Ho già deciso di dare alla Casa delle donne tutti i miei libri, perché i miei figli sono all'estero". Disse l’autrice, tra le ultime volontà.
E noi, Adele, la tua vita e le tue opere, le teniamo care, vive e abitate.
E’ proprio vero: in certi libri e in certe vite, c’è scritto tutto. 
fonti: A. Cambria Blog, R.it Cultura 5 Novembre 2015

giovedì 8 settembre 2016

Verità e Paura. Arte e terapia danzano insieme a Livorno

Una nuova scommessa lanciata da Associazione Compagnia DanzArte: aprire a Livorno un luogo in cui  l’Arte e la Terapia si mettano al servizio l’una dell’altra.


Nata nel 1997, DanzArte è un’associazione culturale che opera nel settore del movimento e della danza utilizzati in molteplici applicazioni: dall’educazione e formazione, all’attività terapeutica (riabilitazione, rieducazione, prevenzione), alla ricerca del benessere, all’ attività culturale e di spettacolo.
In ambito educativo, formativo e terapeutico a DanzArte interessa una  metodologia che integri arte e scienza, e focalizzi l’attenzione sul movimento sia da un punto di vista motorio e funzionale, che da un punto di vista creativo ed artistico.
La sintesi che ne deriva contribuisce a colmare il divario presente nella cultura occidentale tra aspetti solo apparentemente distanti: il punto di vista fisiologico ma anche quello psicologico, la persona nella sua interezza, e non solo la meccanica di un corpo da allenare o da correggere, la qualità della relazione che si instaura, e non solo l’asettica offerta di un servizio ad utenti, il lavoro rigoroso e metodico, ma anche la tecnica del gioco e dell’improvvisazione per lo sviluppo di un processo creativo che possa agevolare la trasformazione e il cambiamento.
Peculiare in questa ricerca è il promuovere il benessere della persona, in termini di salute globale e qualità di vita, attraverso la facilitazione di processi di evoluzione, integrazione, affettività. Una nuova concezione, in cui la persona, è intesa come indiscussa protagonista del proprio personale percorso terapeutico o di benessere.
C’è molta paura a mettere davvero al centro del discorso il corpo, spogliato da tutti i rimandi di conferma, estetica e performante, che ci vengono richiesti dall’esterno. Un corpo che è soggetto, piena manifestazione di sé, senza - trucchi, che non ha bisogno di barare, ma che esprime anzi la verità tra la nostra realtà interna ed esterna, tra la nostra fragilità e forza, originalità e appartenenza, è un’esperienza oggi particolarmente necessaria”. E, continuando con le parole delle organizzatrici: “In un’epoca di dispercezione di sé e del mondo, in cui tecnologia e umanità, il sé e l’altro da sé, divengono valori contrapposti e inconciliabili, l’apporto che le artiterapie possono fornire, è nuovo e antico al contempo, e in quanto tale,  armonizzante. Il nostro è un luogo protetto, dove donne e uomini, bambini e ragazzi, abili e non abili possono relazionarsi liberati da ogni ruolo”.
Anche in ambito Culturale e di Spettacolo DanzArte coniuga l’idea di Cultura e Società, promuovendo attività volte a una maggiore interconnessione negli ambiti inerenti l’Arte, la Salute, la Pedagogia, la Ricerca. Tantissime le iniziative e le collaborazioni venutesi a creare negli anni con realtà attive in ambito artistico, sociale, culturale, scientifico, in una ostinata azione permanente alla base dei territori, che ha permesso all’associazione di raccogliere un’esperienza lunga nei contesti più disparati e innovativi.
Gli innumerevoli Progetti creati, hanno visto l’Associazione protagonista di un’attività che mette al centro l’Espressione di spunti e temi stringenti del nostro tempo, ben radicati nella Storia nostra, e del nostro Paese. Da qui forte l’azione, in ambito di cultura di genere, che il gruppo capitanato da Simonetta Ottone ha portato avanti in tutto il paese. Un gruppo composto principalmente da donne, che lavorano insieme e mettono la loro esperienza a disposizione di tutti coloro che cercano un luogo dove praticare la parità di opportunità di genere, ma anche sociale.

giovedì 25 agosto 2016

Il coworking come nuova opportunità di lavoro per le donne

Da alcuni anni sono presenti nelle principali città realtà i cosiddetti coworking, che consistono in uffici (con servizi vari inclusi), in affitto a ore, a giornata... a seconda delle esigenze dei singoli utenti, i quali condividono così un ambiente di lavoro in estrema agilità e a bassi costi, mantenendo attività lavorative indipendenti ma anche con la possibilità di "creare collaborazioni e partnership".


Tra gli utenti più interessati ci sono liberi professionisti, free lance, lavoratori a domicilio Il coworking può cambiare il lavoro, grazie alla flessibilità dell'orario, alla diminuzione dei costi e alla possibilità di incontrare altri professionisti creando nuove idee e progetti.

 
Anche per chi deve avviare una professione può essere un'ottima start up, come pure per chi ha già un lavoro dipendente ma vuole sviluppare nuove idee senza rischiare troppo.
Uno scenario che appare come la soluzione ideale anche per le lavoratrici che hanno esigenze di conciliazione famiglia-lavoro e che non riescono più a lavorare come dipendenti con orari rigidi, oppure professioniste che non riescono a sopportare da sole le spese di uno Studio.
Nei coworking ci sono forme di marketing per le attività dei vari coworker e la possibilità di fare Seminari, Corsi Formazione, Presentazioni, Eventi aziendali...  
Insomma, per molte ragioni si può dire che questa formula può offrire una nuova opportunità di lavoro per le donne; specie se si pensa che la sinergia di idee che circolano e la condivisione degli interessi è sempre stata il punto di forza femminile.
Al riguardo, posso citare anche il mio caso specifico; infatti, è proprio grazie all'incontro con il coworking della mia città (Coworking Livorno), che ho potuto avviare un progetto nel settore delle Risorse Umane che avevo in mente da tempo ma che non sapevo come sviluppare per incertezza sulle risorse e sui tempi. Con molta soddisfazione sono anche venuta in contatto con altri professionisti con cui a breve potrei sviluppare ulteriori progetti nel campo della formazione e consulenza.
Questo perchè il coworking è un generatore di idee! e le donne in questo possono fare molto bene.

mercoledì 24 agosto 2016

Intervista a Simona Sforza, del gruppo "Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi"

di Simonetta Ottone • "Sara amava danzare e studiare. Una ragazzina. In Italia si possono bruciare per strada le donne, o accoltellarle, farle sparire. Tanto nessuno si ferma. Nessuno soccorre, e neanche fa una telefonata alla polizia. Tanto i processi spesso nemmeno si istruiscono e, se lo fanno, finiscono per processare le donne in quanto tali.


Un assassino e tanti complici. Noi. No Sara, non ci perdonare".

Con queste parole il Comitato One Billion Rising Livorno (indicendo una mobilitazione per il 2 giugno) commentava l’uccisione di Sara Di Pietrantonio, a fine Maggio. E poi, un paio di giorni dopo questo ennesimo, insostenibile femminicidio, appare su fb una chiamata a raccolta da parte di un gruppo: Chi colpisce una donna, colpisce tutte noi. Tantissime in poco tempo le adesioni, che porteranno nei mesi successivi a compiere una serie di azioni finalmente visibili e condivise. Intervisto qui Simona Sforza, che ha aperto questo gruppo lanciando il cuore oltre l’ostacolo, seguendo personalmente molte di noi, con le nostre realtà nei territori più vari e su tutta la penisola. 

 Simona, come ti è venuto in mente di proporre questo gruppo?
Il 30 maggio 2016 scrissi sulla mia bacheca di Facebook un post a proposito di Sara, ma in generale su una situazione di violenze di fronte alle quali non era possibile continuare a restare in silenzio. Soprattutto in riferimento alle istituzioni e a chi ha il potere di incidere nella realtà attraverso provvedimenti volti a sradicare la cultura alla base della violenza. Il 2 giugno in circa una quarantina di città si è manifestato e chi non poteva partecipare ha steso al balcone un drappo rosso: donne e associazioni contro la violenza si sono auto-organizzate per scendere in piazza. Alessia Guidetti è stata al mio fianco per organizzare il sit-in di Milano ed è un punto di riferimento prezioso. È una delle fantastiche donne che ci mettono tutte loro stesse. Senza di loro non sarebbe stato possibile creare una particolare e positiva sinergia di azione.
Il gruppo è stato il naturale proseguimento di questo moto spontaneo del 2 giugno; nasce per azioni, lotte e proposte politiche. La finalità principale è questa. Un modo per unire le forze e per sollecitare il cambiamento e interventi in vari ambiti, ovunque i diritti delle donne vengano lesi, perché la violenza è agita in vari contesti e modalità.

 Che realtà ha riunito il gruppo e quali sono i comportamenti corretti al suo interno?
Hanno aderito donne vicine al tema del contrasto della violenza per vari motivi e a vario titolo. Il nostro compito è sostenere, fare riferimento a chi è idoneo a operare per aiutare ciascuna donna nel migliore dei modi, attraverso i centri antiviolenza operanti in Italia. A ciascuno il suo compito. Nel rispetto delle donne e nella consapevolezza dei nostri limiti. Il lavoro di questo gruppo non può per ovvi motivi seguire ogni singolo caso, ma possiamo impegnarci affinché servizi e soluzioni migliorino per tutte le donne, dappertutto. Quando chiediamo interventi strutturali e che non lascino fuori nessuno, chiediamo esattamente questa ricaduta positiva il più diffusa possibile.
Il nostro obiettivo è evitare approcci sbagliati, che possano pregiudicare la situazione contingente. Le divergenze e i conflitti sono normali, ma non deve mai venir meno il rispetto reciproco, la correttezza e la trasparenza. Gli attacchi personali non sono mai un bel segnale. Ci sono strade che si dividono perché incompatibili con queste regole di base.

 Che rapporti intende avere il gruppo con realtà istituzionali e non?
Per noi l’interlocuzione e il lavoro congiunto sono importanti, direi fondamentali. Questo significa comprendere appieno cosa si fa sul territorio e cosa si può migliorare. Se non c’è un lavoro integrato non si va da nessuna parte.

 Sono state promosse varie azioni in queste settimane. Ce le puoi un po’ riassumere?
Abbiamo scritto una lettera aperta al Ministro Alfano e alla Ministra Maria Elena Boschi, in merito al progetto sui camper della Polizia di Stato. Questa lettera, sottoscritta da più di 1000 persone attraverso una petizione, ha ricevuto riscontri da parte delle istituzioni interpellate. Interveniamo in ogni episodio di sessismo e di violenza, purtroppo molto frequenti. Il cambiamento culturale passa anche attraverso media e rappresentanti politici più consapevoli e rispettosi delle donne in ogni ambito.

 Il movimento delle donne e il femminismo sono stati anche recentemente accusati da testate importanti di essere un movimento frammentato, inconcludente e anacronistico. (parlo dell’articolo su Unità). Che pensi in merito?
Il gruppo ha chiesto una replica (qui trovate il testo della richiesta), mai concessa, agli articoli apparsi su l’Unità. Il movimento delle donne è variegato ed è un bene. L’unica cosa che va superata sono le spinte personalistiche. Gli obiettivi sono collettivi, mai individuali. Dobbiamo convergere e unire le forze, ognuna con il proprio bagaglio di esperienze e la propria storia. Non è necessario pensarla sempre su tutto allo stesso modo, anche rilevare criticità è importante, confrontandosi sempre civilmente, cercando di fare sintesi.

 Come ti spieghi il silenzio della Ministra Boschi, la scarsa attenzione alla materia da parte di questo Governo verso una escalation di violenza, per frequenza di femminicidi e modalità, espressa anche verbalmente in ogni ambito (stampa, sport…). Avete ricevuto risposte dalla Ministra e l’incontro richiesto?
L'impressione è che il problema della violenza non sia prioritario, per questo dobbiamo lavorare, per cambiare questa situazione, perché le donne non sono cittadine di serie b.
Abbiamo ricevuto una richiesta di incontro da parte di una dirigente della Polizia di Stato a Roma. Inoltre, ci hanno risposto anche dal Dipartimento per le pari opportunità, ringraziandoci delle nostre segnalazioni e richieste. Lavoreremo a un documento da presentare. Mi sembra un buon segnale di attenzione, una dimostrazione del fatto che le donne, quando si uniscono e fanno pressione, possono ottenere risultati. A piccoli passi le cose si possono cambiare.

 Che pensi della vicenda del Resto del Carlino e del Fatto Quotidiano di questi giorni? Che ruolo ha la stampa nell’induzione al sessismo?
I media e la stampa sembrano a volte fermi a un livello ottocentesco di rappresentazione delle donne. Non si comprende che il sessismo è parte di quell’humus che alimenta e giustifica la violenza di genere e la discriminazione delle donne. Le donne sono oggettivate, deumanizzate, oggetto di attacchi a ogni livello o ruolo, colpevoli anche quando sono vittime di violenza e muoiono per mano di un uomo. 

• La Toscana è scossa dall’ennesimo femminicidio, quello di Vania Vannucchi a Lucca. Anni neri per questa regione che ha visto punte mai conosciute di femminicidi, violenze di gruppo, mobbing sul lavoro, sentenze shock. In un paese, l’Italia, che conta 2000 femminicidi in dodici anni (uno ogni 48 ore), che non ha un piano nazionale contro la violenza coordinato, che non ha un osservatorio sul fenomeno, che non fa pervenire fondi stanziati nel 2013 ai centri antiviolenza, che tipo di responsabilità si assumono le istituzioni e la magistratura? Il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi è andato a Lucca dai familiari di Vania e ha annunciato che darà subito dei soldi ai centri antiviolenza toscani, ma è il Governo che deve sbloccare la situazione. Nel rimpallo tra Regione e Stato centrale, a chi spetta cambiare la situazione in modo decisivo?
C’è una responsabilità congiunta, che va dalla decisione di svincolare tali fondi dal patto di stabilità, alla trasparenza della gestione dei fondi da parte delle Regioni. L’8 settembre si insedierà la Cabina di regia interistituzionale del Piano straordinario, come sede di confronto tra tutte le Amministrazioni nazionali e territoriali interessate per la programmazione delle attività e per favorire il massimo coordinamento dell’azione pubblica nonché l’uso efficiente delle risorse disponibili. Dovremo seguire da vicino i lavori di questo tavolo, comprendere come si svilupperanno le fasi successive, che ci aspettiamo portino benefici concreti e a breve termine. Questo è il compito di un gruppo come il nostro.


sabato 20 agosto 2016

Avete mai indossato un burqa?

di Simonetta Ottone • Una sera di settembre del 2002: presento lo spettacolo Vendute, nel bellissimo Castello di Piombino (Livorno). Sono ancora più emozionata, perché verrà a vederci una ragazza resistente afghana, che si trova in Italia in semiclandestinità (facendo parte dell'organizzazione combattenti RAWA), con Donne in Nero, per parlare della condizione della donna nell'Afghanistan dei mujahidin e dei taleban. 


Questa piccola ragazza (allora poco più che ventenne), era la protagonista del libro vincitore in quegli anni del Premio Viareggio per la Narrativa: Zoya, la mia storia, di J. Follain e R. Cristofaro.


Il TeatroDanza dello spettacolo, con momenti parlati in italiano, speravo non escludesse Zoya dalla comprensione: io danzavo una storia vera; la prigionia di ragazzine occidentali vendute dai loro padri yemeniti, danzavo sulla pietra del castello, lei era lì davanti a me in prima fila.

Era difficile e imbarazzante recitare cose che probabilmente lei aveva vissuto.
Il tempo si fermò, c'erano solo i nostri movimenti, le nostre parole, una storia di odio e oppressione delle donne da parte di una visione integralista dell’Islam. Forti le percussioni dei musicisti sembravano colpire i nostri corpi. Ero tanto stanca quel giorno, in modo così forte, e i salti erano difficili sulla pietra dura: seppi poi che ero alle prime settimane di gravidanza e quella fu per diversi mesi l’ultima replica.

Lo spettacolo finì nel silenzio totale. Come per rompere il ghiaccio, partì un applauso forte ma non rumoroso, sobrio e lungo. Chiamarono con noi Zoya, che timidamente si avvicinò. Ci sorridemmo così tanto, fino a ritrovarci abbracciate, sotto uno scroscio di applausi, lei piccola e magra, io sudata e caldissima.
Le chiesi in inglese se aveva potuto seguire le nostre parole italiane, lei mi disse: non capivo l'italiano, ma ho capito tutto.
Stavamo ancora abbracciate, avrei voluto portarla via, nasconderla in casa, non farla tornare più in quel paese. Lei mi ripeteva  nell’orecchio, commossa thank you, thank you, thank you so much, to you, Simonetta... 

Avete mai indossato un burqa? 
Io sì, quello azzurro grigio afghano di Zoya. Lei mi chiedeva piano, da fuori: How do you feel? Era pesante, ruvido, odoroso, ci inciampavo, vedevo attraverso una retina rettangolare davanti agli occhi. Vedevo un’immagine frammentata, attraverso piccoli buchi. Non vedevo ai lati, era difficilissimo anche solo camminare. Era di una stoffa grossa e caldissima, soffocante.
Non esisti, lì' dentro.
Non esisti dove non c’è aria, dove non vedi bene, non ti puoi muovere, sei isolata e separata dal mondo fuori.
Sei invisibile; e il mondo stesso è in buona parte celato ai tuoi occhi.
Non fui paziente, lo tenni pochissimo, Zoya mi aiutò a levarlo. Quando fui libera, fradicia di sudore  e spettinata, ci guardammo con le lacrime agli occhi.
Poche le donne presenti che accettarono di provarlo. Provai vergogna, perché io me lo ero levato velocemente, e non l'avrei più messo; Zoya doveva tornare in Afghanistan e lo doveva rimettere.

Io ero libera, lei no.